movimento di protesta

Gli Americani stanno bocciando (anche alle urne) l’intelligenza artificiale

Il caso California: gli elettori bocciano i data center. Anche in Italia, ad esempio in Lombardia, il dibattito è attualissimo

Gli Americani stanno bocciando (anche alle urne) l’intelligenza artificiale

Le innovazioni (e le rivoluzioni, in campo tecnologico, industriale, sanitario) portano da sempre entusiasmo e scetticismo.

Ce lo dice la storia nei suoi corsi e ricorsi.

Ecco allora che c’è un tema di grande rilevanza in questi giorni: la crescente reazione politica, sociale e geopolitica contro l’infrastruttura fisica dell’intelligenza artificiale, rappresentata dai data center.

Il dibattito da un lato emerge il conflitto tra sviluppo tecnologico e sostenibilità ambientale; dall’altro si manifesta una nuova stagione di diffidenza verso la Silicon Valley, che sta diventando un fattore elettorale.

Sullo sfondo, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina trasforma anche i data center in un terreno di scontro internazionale.

E ci sono poi scenari inquietanti che riguardano… l’acqua.

La rivolta contro i data center

Nella fattispecie, ambiente, consumi energetici, posti di lavoro e persino la competizione con la Cina alimentano una nuova frattura politica e un vivace dibattito.

Del resto, per anni l’intelligenza artificiale è stata raccontata come una rivoluzione (tecnologica) immateriale: algoritmi, software, dati e modelli linguistici capaci di trasformare l’economia e la società.

Oggi, però, la battaglia politica si sta spostando su qualcosa di molto concreto: i data center.

Giganteschi complessi industriali che ospitano migliaia di server e garantiscono la potenza di calcolo necessaria per alimentare ChatGPT, Gemini, Claude e i futuri sistemi di IA.

Strutture essenziali per la nuova economia digitale, ma che richiedono enormi quantità di energia elettrica, acqua e territorio.

Negli Stati Uniti sta emergendo un fenomeno che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile: una vera e propria opposizione popolare ai data center, capace di influenzare elezioni, referendum e strategie dei partiti.

E anche in Italia, ad esempio in Lombardia, il dibattito è attualissimo e sta segnando le strategie della Regione.

Basti pensare che è stata appena approvata una legge regionale proprio per limitare l’insediamento dei data center.

Il caso California: gli elettori bocciano i data center

Tornando agli Stati Uniti, il segnale più forte è arrivato da Monterey Park, cittadina della contea di Los Angeles, circa 60mila abitanti.

In un referendum locale, gli elettori hanno approvato a larghissima maggioranza una misura che vieta la costruzione di data center sul territorio comunale.

Una decisione che rappresenta uno dei primi casi negli Stati Uniti di rigetto popolare esplicito di queste infrastrutture.

I promotori del provvedimento hanno giustificato la scelta con la necessità di proteggere le risorse idriche, la qualità dell’aria e la salute pubblica, oltre a evitare possibili aumenti delle bollette energetiche e idriche.

La vittoria degli attivisti ambientalisti potrebbe diventare un precedente nazionale.

In diversi Stati, tra cui Ohio, Georgia, Maryland e Utah, gruppi locali stanno già studiando iniziative analoghe.

Per l’industria tecnologica si tratta di un campanello d’allarme particolarmente significativo perché arriva proprio dalla California, patria della Silicon Valley e simbolo mondiale dell’innovazione digitale.

Dall’ammirazione alla diffidenza: la Silicon Valley non convince più

Ad una disamina più approfondita, in molti tra gli addetti ai lavori rilevano però che l’opposizione ai data center si inserisce in un fenomeno più ampio: il crescente sentimento anti-tecnologico che attraversa l’elettorato americano.

Le recenti primarie californiane hanno mostrato come i candidati percepiti come troppo vicini ai grandi interessi della Silicon Valley stiano incontrando crescenti difficoltà.

Numerosi candidati sostenuti da imprenditori, venture capitalist e grandi finanziatori del settore tecnologico hanno subito sconfitte significative, mentre hanno ottenuto risultati migliori coloro che hanno preso le distanze dalle élite tecnologiche o si sono presentati come difensori delle comunità locali.

Secondo diversi analisti politici, il legame con la Silicon Valley sta diventando un fattore sempre meno vantaggioso sul piano elettorale.

Le ragioni sono molteplici.

Da una parte vi è la percezione che le grandi aziende tecnologiche abbiano accumulato un potere economico e politico eccessivo.

Dall’altra crescono le preoccupazioni legate agli effetti sociali dell’intelligenza artificiale.

Il costo nascosto dell’intelligenza artificiale

Come accennato poi, la crescita dell’opposizione nasce poi anche e soprattutto da una maggiore consapevolezza dei costi fisici dell’IA.

Ogni nuovo modello richiede infatti enormi capacità computazionali. Per sostenere questa domanda, le aziende stanno progettando data center sempre più grandi e più energivori.

Le comunità locali denunciano diverse criticità:

  • aumento della domanda elettrica e possibile crescita delle bollette;
  • consumo di grandi quantità di acqua per il raffreddamento dei server;
  • occupazione di vasti terreni;
  • rumore generato dagli impianti di raffreddamento;
  • pressione sulle infrastrutture locali;
  • impatti ambientali e paesaggistici.

Secondo alcuni sondaggi recenti, una netta maggioranza degli americani si dichiara contraria alla costruzione di data center nelle immediate vicinanze delle proprie abitazioni.

È una forma di conflitto che ricorda, per molti aspetti, le controversie che negli anni hanno accompagnato oleodotti, impianti industriali, grandi infrastrutture energetiche o le grandi arterie stradali o dell’alta velocità ferroviaria.

La Cina e la guerra delle narrazioni

A rendere il quadro ancora più complesso è l’ingresso della dimensione geopolitica.

Alcuni gruppi industriali e organizzazioni favorevoli allo sviluppo dell’IA sostengono che una parte della mobilitazione contro i data center sia amplificata da campagne di disinformazione provenienti dall’estero, in particolare da soggetti riconducibili alla Cina o a Paesi della sua area di influenza.

Secondo queste organizzazioni, account social localizzati in diverse regioni del mondo starebbero diffondendo contenuti che enfatizzano i costi ambientali, economici e sociali dei data center statunitensi.

L’obiettivo sarebbe rallentare lo sviluppo dell’infrastruttura americana in un momento in cui Washington e Pechino si contendono la leadership globale nell’intelligenza artificiale.

Gli attivisti contrari ai data center respingono però queste accuse, sostenendo che la protesta sia genuinamente radicata nelle comunità locali e che le preoccupazioni ambientali siano ampiamente documentate.

Una sfida destinata a crescere

Oggi dunque il confronto si sta spostando sulle infrastrutture.

Il referendum di Monterey Park, le difficoltà elettorali dei candidati vicini alla Silicon Valley e la crescente mobilitazione contro i data center indicano che la corsa all’IA potrebbe incontrare ostacoli molto più politici e sociali del previsto.

L’industria tecnologica continua a sostenere che senza nuovi data center gli Stati Uniti rischiano di perdere competitività nella competizione globale con la Cina.

Le comunità locali, però, chiedono garanzie ambientali, trasparenza e una distribuzione più equa dei benefici economici.

L’altro (ma non ultimo) fattore… il consumo dell’acqua

A rafforzare le preoccupazioni delle comunità locali contribuiscono anche i dati sul crescente impatto ambientale dell’intelligenza artificiale.

Da ultimo, ma non certo ultimo, c’è infatti il fattore acqua.

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Secondo un recente rapporto dell’Università delle Nazioni Unite, entro il 2030 i data center necessari ad alimentare l’IA potrebbero consumare circa 945 terawattora di elettricità all’anno e oltre 9.300 miliardi di litri d’acqua, una quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno di circa 1,3 miliardi di persone.

Lo studio evidenzia inoltre altri effetti spesso sottovalutati, come il consumo di suolo, l’aumento dei rifiuti elettronici e le emissioni indirette legate alla produzione di energia.

Gli autori non mettono in discussione lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ma chiedono regole, trasparenza e criteri di sostenibilità per evitare che la corsa globale all’IA produca costi ambientali difficili da gestire.

Come rilevato prima in questo senso l’Italia e la Lombardia sono stati una sorta di precursori.

La Lombardia è stata la prima regione a introdurre una normativa specifica per regolare l’insediamento dei nuovi data center, nel tentativo di conciliare attrazione degli investimenti e tutela delle risorse ambientali.