La politica italiana continua a muoversi per fratture interne. Negli ultimi mesi l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla Lega, scossa dall’uscita di Roberto Vannacci e dalle successive adesioni al suo progetto politico, Futuro Nazionale.

Ma il centrodestra non è l’unico campo attraversato da tensioni. Il 4 giugno 2026 anche il Partito democratico ha dovuto registrare un addio pesante: quello di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, che ha deciso di lasciare i dem dopo un lungo periodo di disagio politico.
Picierno non è una figura marginale: è una dirigente europea, con un profilo netto sui temi dell’Ucraina, dell’europeismo, dell’atlantismo e della difesa della democrazia liberale. La sua uscita segnala una difficoltà più ampia del Pd nel trattenere quella componente riformista che, sotto la segreteria di Elly Schlein, fatica a riconoscersi nella nuova identità del partito.
L’addio di Picierno: “La casa dei riformisti non c’è più”
A spiegare la rottura è stata la stessa Picierno in un’intervista a Il Foglio. La frase più forte è anche quella politicamente più chiara:
“La casa dei riformisti non c’è più”.
La vicepresidente dell’Eurocamera ha parlato di un Pd diventato, a suo giudizio, diverso da quello che aveva contribuito a fondare, accusando il partito di non avere una posizione sufficientemente netta contro il “fascismo putiniano” e contro gli estremismi.
Picierno contesta ai dem una perdita di baricentro: meno cultura di governo, meno profilo riformista, più ambiguità su alcuni snodi internazionali e politici. È una critica che intercetta un malessere già emerso in altre fasi della vita democratica, ma che oggi assume un rilievo particolare perché arriva da una figura istituzionale europea e non da una corrente periferica del partito.
Il nodo europeo: Renew e il possibile approdo nel campo liberal-democratico
Picierno dovrebbe aderire al Pde e a Renew Europe, il gruppo liberal-democratico del Parlamento europeo. Si vocifera anche la possibilità di un avvicinamento all’area di Carlo Calenda, pur senza un ingresso automatico e immediato in Azione.
Non solo Vannacci: anche il centrosinistra perde figure simboliche
Il parallelo con la Lega va maneggiato con prudenza, ma è politicamente inevitabile. Nel centrodestra, l’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega, formalizzata a febbraio 2026, ha aperto una competizione diretta con Matteo Salvini sul terreno dell’identità, del consenso personale e del rapporto con l’elettorato più radicale. Vannacci ha poi rivendicato di non volersi dimettere da eurodeputato, sostenendo che i voti ottenuti fossero suoi.
A maggio 2026 anche Laura Ravetto ha lasciato la Lega per passare a Futuro Nazionale, alimentando l’immagine di un Carroccio che perde pezzi verso destra.
Ma il caso Picierno mostra che il problema della tenuta interna non riguarda soltanto la maggioranza. Anche il Pd, pur in un quadro diverso, deve confrontarsi con un’uscita che parla alla sua anima riformista. Se nella Lega la tensione riguarda soprattutto il rapporto tra Salvini e l’area nazional-identitaria attratta da Vannacci, nel Pd la frattura riguarda il rapporto tra la leadership Schlein e una cultura politica più europeista, liberal-democratica e di governo.
Una rottura che pesa su Schlein
Per Elly Schlein, l’addio di Picierno arriva in un momento delicato. La segretaria ha lavorato per dare al Pd un profilo più riconoscibile su lavoro, diritti, ambiente e opposizione al governo Meloni. Ma proprio questa ridefinizione identitaria ha lasciato scoperta una parte del partito che teme lo slittamento verso una sinistra più radicale e meno centrale.

Picierno, da questo punto di vista, diventa il simbolo di una domanda politica ancora aperta: può il Pd essere insieme partito della sinistra sociale e casa dei riformisti europei? Oppure la nuova linea rischia di spingere fuori chi si riconosce in una tradizione più liberal, atlantista e istituzionale?

E’ evidente che oggi i partiti italiani non perdono pezzi soltanto verso gli estremi, ma anche verso aree che si sentono prive di rappresentanza. La Lega perde esponenti verso il progetto nazionalista di Vannacci; il Pd perde una figura europea verso l’area liberal-democratica. Sono movimenti diversi, ma entrambi segnalano una difficoltà comune: tenere insieme identità, leadership e pluralismo interno.