La Procura generale di Milano conferma il parere positivo alla grazia concessa a Nicole Minetti. È questo l’ultimo passaggio di una vicenda che, nelle ultime settimane, era tornata al centro del dibattito pubblico dopo le notizie di stampa che avevano sollevato dubbi sugli elementi alla base dell’atto di clemenza firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Secondo quanto comunicato oggi, 3 giugno 2026, dalla procuratrice generale Francesca Nanni, dagli ulteriori accertamenti “risulta che i fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero” e “non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito” sulla domanda di grazia.
Le nuove risultanze sono state trasmesse al ministero della Giustizia. In sostanza, la Procura generale conferma il proprio orientamento favorevole all’atto di clemenza già concesso dal Quirinale il 18 febbraio scorso.
La grazia concessa il 18 febbraio
La grazia a Nicole Minetti era stata firmata da Mattarella il 18 febbraio 2026, su proposta favorevole del ministro della Giustizia Carlo Nordio e dopo il parere favorevole del competente procuratore generale della Corte d’appello.

Il Quirinale, l’11 aprile, aveva precisato che la decisione si era fondata anche sulle “gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore” della Minetti, bisognoso di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati. La Presidenza della Repubblica aveva aggiunto di non poter fornire ulteriori dettagli per la tutela dei dati sensibili del minore.
Il provvedimento non cancellava la condanna, ma interveniva sulla pena da scontare. È un punto essenziale: la grazia non equivale a un’assoluzione tardiva, né riscrive i processi. È un atto individuale di clemenza, previsto dall’articolo 87 della Costituzione, che consente al presidente della Repubblica di concedere grazia e commutare le pene.
I dubbi e la lettera del Quirinale al ministero
Il caso si era però riaperto a fine aprile, dopo alcune inchieste giornalistiche che avevano messo in discussione la correttezza degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza. Il 27 aprile 2026 il Quirinale aveva scritto al ministero della Giustizia chiedendo di acquisire “con cortese urgenza” le informazioni necessarie a verificare la fondatezza delle notizie di stampa sulla “supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza”.
Da lì erano partite nuove verifiche, anche all’estero. Gli accertamenti riguardavano tra l’altro la procedura di adozione del minore da parte di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani, e la verifica che l’ex consigliera regionale avesse effettivamente preso le distanze dalla vita precedente, mostrando una “seria volontà di riscatto sociale”.
Il passaggio di oggi chiude, almeno sul piano istruttorio, questa fase: per la Procura generale milanese, gli accertamenti non hanno fatto emergere elementi tali da modificare il parere favorevole.
La lunga ombra del caso Ruby
Per capire il peso simbolico della vicenda bisogna tornare al caso Ruby, uno degli scandali giudiziari e politici più rilevanti dell’era Berlusconi. Nicole Minetti, ex igienista dentale ed ex consigliera regionale lombarda, era stata coinvolta nel processo Ruby bis insieme a Emilio Fede e Lele Mora.
Il procedimento riguardava le serate organizzate ad Arcore e le accuse di favoreggiamento della prostituzione. Nel 2013, in primo grado, Minetti era stata condannata a 5 anni; negli anni successivi le pene furono rideterminate. Nel 2019 la Cassazione rese definitiva la condanna a 2 anni e 10 mesi per Minetti nel processo Ruby bis.
A quella condanna si aggiunse anche un’altra vicenda giudiziaria legata ai rimborsi del Consiglio regionale lombardo. Nel complesso, la pena residua riguardava una condanna complessiva a 3 anni e 11 mesi.
Che cosa significa davvero la grazia
La grazia è un istituto raro e delicato. Non serve a rivedere il processo e non stabilisce che il condannato sia innocente. Interviene, invece, dopo una sentenza definitiva, per estinguere o modificare la pena in presenza di ragioni straordinarie.
Il Quirinale ricorda che l’articolo 87 della Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica il potere di concedere grazia e commutare le pene. Dopo la sentenza n. 200 del 2006 della Corte costituzionale, l’istituto ha recuperato una funzione essenzialmente umanitaria: serve a temperare il rigore della legge penale quando emergano esigenze eccezionali legate alla persona condannata, al suo percorso di reinserimento o a situazioni familiari particolarmente gravi.
Nel caso Minetti, il fondamento indicato ufficialmente dal Quirinale era proprio questo: la condizione di salute di un minore stretto familiare e la necessità di cure e assistenza.
Il caso ha avuto inevitabilmente una forte eco politica. Non solo perché Nicole Minetti era stata una figura pubblica legata alla stagione berlusconiana, ma anche perché la grazia è uno degli atti più sensibili del capo dello Stato.
Oggi la Procura ha chiuso il cerchio. Resta quindi in piedi l’atto firmato da Mattarella il 18 febbraio 2026.