L’Italia lavora di più, ma produce ancora troppo poco valore. È questa, in estrema sintesi, la fotografia che emerge dal Rapporto annuale Istat 2026, pubblicato il 21 maggio, nella parte dedicata alla trasformazione della struttura economica del Paese. Dal 2007 al 2024 le risorse umane impiegate nel sistema economico sono aumentate di circa 1,4 milioni di occupati, pari a un +5,6%. Ma dietro il dato positivo si nasconde una ricomposizione molto profonda: alcune attività hanno perso complessivamente 1,35 milioni di unità di lavoro equivalenti a tempo pieno, mentre altre ne hanno guadagnate quasi 2 milioni.

Il punto non è soltanto quanti posti di lavoro siano stati creati o persi. Il punto è dove. L’industria arretra, il terziario avanza. E questo spostamento, spiega Istat, ha inciso direttamente sulla debole crescita della produttività italiana.
Il conto più pesante lo paga l’industria
Nel periodo 2007-2024, l’industria in senso stretto ha perso quasi 700 mila unità di lavoro. La manifattura, in particolare, ha visto ridursi la propria forza lavoro del 16,9%. Il colpo più duro è arrivato dai comparti tradizionali: il tessile-abbigliamento ha perso 235 mila unità di lavoro, quasi il 40% del comparto. In calo anche legno, minerali non metalliferi, gomma e plastica, settori più esposti alla concorrenza delle economie emergenti.
L’Italia non ha semplicemente perso fabbriche: ha perso una parte della propria capacità produttiva nei settori storici del Made in Italy, quelli che per decenni hanno tenuto insieme occupazione, competenze tecniche, distretti e filiere locali.
Nel frattempo, anche il commercio ha perso circa 300 mila unità di lavoro e la pubblica amministrazione oltre 225 mila. La contrazione, quindi, non riguarda solo la fabbrica, ma l’insieme dei settori più tradizionali dell’economia italiana.
Il terziario cresce, ma non tutto pesa allo stesso modo
Il bilancio complessivo resta però positivo perché i servizi hanno assorbito quasi 2 milioni di nuovi occupati. La crescita si è concentrata soprattutto nella sanità e assistenza sociale, con quasi mezzo milione di unità in più, nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, e nei servizi di alloggio e ristorazione, entrambi sopra quota 400 mila.

È una dinamica coerente con l’evoluzione di lungo periodo dell’economia italiana. Secondo Istat, nel 2025 il 70% degli occupati lavora nei servizi, poco più di un quarto nell’industria e appena il 3,5% in agricoltura. Il passaggio dalla fabbrica ai servizi non è quindi un’anomalia italiana: è una tendenza comune a tutte le economie mature. Ma in Italia assume una forma particolare, perché il terziario resta relativamente più orientato ad attività tradizionali come commercio, turismo e ricettività.
Qui sta il nodo dell’analisi: non tutti i servizi hanno lo stesso impatto sulla crescita. Sanità, turismo, ristorazione e servizi amministrativi creano lavoro, ma spesso hanno produttività più bassa o più difficile da aumentare rispetto alla manifattura avanzata, all’ICT, alla ricerca, alla consulenza tecnologica e ai servizi ad alta intensità di conoscenza.
Più occupazione, poca produttività
Il dato più delicato del Rapporto Istat è proprio questo: tra il 2007 e il 2025 il valore aggiunto reale dell’Italia è cresciuto appena dell’1,9%, mentre Francia, Germania e Spagna hanno registrato aumenti vicini al 20%. Nello stesso periodo, la produttività oraria italiana è salita solo dell’1,4%, contro oltre il 7% della Francia, l’11% della Germania e quasi il 18% della Spagna.
L’Italia ha aumentato l’occupazione, ma non è riuscita a trasformare questa crescita in un salto equivalente di produzione, redditi e competitività. La riallocazione del lavoro verso settori a produttività più debole ha contribuito alla stagnazione complessiva. Istat lo scrive chiaramente: la ricomposizione occupazionale ha inciso sull’andamento stagnante della produttività.
È il paradosso italiano degli ultimi anni: più occupati, meno disoccupazione, ma salari reali sotto pressione e crescita strutturale modesta. Anche i dati più recenti confermano il miglioramento del mercato del lavoro: ad aprile 2026 il tasso di disoccupazione è sceso al 5,1%, secondo Istat, con 123 mila occupati in più nel mese, dato ripreso anche da Reuters. Ma l’aumento del numero degli occupati, da solo, non basta a chiudere il divario con le altre economie europee.
L’Italia resta indietro rispetto all’Europa
Il problema non è solo settoriale, ma strutturale. Eurostat segnala che nel 2025 il tasso di occupazione nella fascia 20-64 anni nell’Unione europea era al 76,1%, mentre l’Italia si fermava al 67,6%, il livello più basso tra i Paesi Ue.
Questo significa che l’Italia ha due problemi contemporanei. Da un lato deve continuare ad aumentare la partecipazione al lavoro, soprattutto di donne, giovani e Mezzogiorno. Dall’altro deve fare in modo che il lavoro creato sia più produttivo, più qualificato e meglio pagato.
Il Rapporto Istat offre qualche segnale positivo. Tra il 2007 e il 2025 gli occupati con titolo di studio terziario sono aumentati di 2,6 milioni, pari a +70%. Nell’industria in senso stretto, pur in presenza di un calo dell’occupazione complessiva, i laureati sono più che raddoppiati e sono arrivati al 15,5% degli occupati.
Ma il salto di qualità resta incompleto. L’Italia mantiene un deficit di specialisti ICT: il 4% degli occupati contro il 5,3% della Germania. Inoltre, la spesa in ricerca e sviluppo resta sotto l’1,5% del Pil, tra le più basse delle maggiori economie europee.
Il rischio: più servizi, meno valore
La crescita del terziario non è di per sé una cattiva notizia. Anzi, in un’economia avanzata è normale che aumentino sanità, servizi alla persona, turismo, attività professionali e tecnologia. Il problema nasce quando il passaggio dall’industria ai servizi non porta con sé abbastanza innovazione, capitale umano e investimenti.
Se il lavoro si sposta dalla manifattura tradizionale verso servizi ad alta tecnologia, consulenza avanzata, sanità evoluta, ricerca, software, design industriale e logistica intelligente, la trasformazione può rafforzare il Paese. Se invece si concentra soprattutto in settori a bassa produttività, il rischio è creare occupazione più fragile, meno pagata e meno capace di sostenere salari e welfare.
È qui che il dato dei 1,35 milioni di posti persi diventa politicamente rilevante. Non racconta solo un arretramento industriale. Racconta una domanda aperta sul modello di sviluppo italiano: quale lavoro vogliamo creare, con quale valore aggiunto, con quali competenze e in quali territori?
La vera sfida: non difendere il passato, ma costruire nuova industria
La manifattura italiana, dove ha saputo salire di gamma, resta competitiva: il valore medio unitario delle esportazioni italiane è cresciuto più rapidamente rispetto alle altre grandi economie europee, segno che una parte del Made in Italy ha reagito puntando su qualità, design, specializzazione e posizionamento.
La sfida, quindi, non è conservare ogni posto industriale del passato, ma costruire una nuova base produttiva: più tecnologia, più competenze, più dimensione d’impresa, più ricerca, più servizi avanzati collegati alla manifattura.
Perché il dato finale è chiaro: l’Italia ha più occupati rispetto al 2007, ma non ha ancora risolto il suo problema principale. Lavora di più, ma cresce poco. E finché la nuova occupazione non si tradurrà in maggiore produttività, innovazione e salari migliori, il bilancio positivo del terziario rischierà di restare una buona notizia solo a metà