La paura (fortunatamente) è durata solo poche ore, ma è bastata per trasformare una normale domenica pomeriggio, nel centro di Cagliari in un’operazione sanitaria ad alta cautela. Il sospetto caso di Ebola segnalato il 31 maggio 2026 in via Manno, una delle strade più frequentate del capoluogo sardo, è risultato negativo.

Le analisi sul paziente, rientrato dal Congo, sono state eseguite all’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma. A comunicarlo è stato il Ministero della Salute, precisando che “il rischio in Italia resta molto basso”.
La chiusura del centro e l’intervento in biocontenimento
L’allarme era scattato nel pomeriggio di domenica 31 maggio. Il paziente, rientrato in Italia sabato 30 maggio dopo un viaggio in Congo, aveva accusato sintomi compatibili con la malattia e aveva chiamato il 118. Per ragioni di prudenza, l’uomo è stato prelevato dalla sua abitazione e trasferito in biocontenimento all’ospedale Santissima Trinità di Cagliari, dove è stato posto in isolamento per gli accertamenti diagnostici.

Durante l’intervento, via Manno è stata temporaneamente chiusa e transennata. Sul posto sono intervenuti sanitari con dispositivi di protezione, polizia locale, vigili del fuoco e personale specializzato. La scena, inevitabilmente, ha generato allarme tra residenti e passanti, ma la procedura rientra nei protocolli previsti quando si presenta un caso sospetto di febbre emorragica virale.
I campioni inviati a Roma
I campioni biologici del paziente sono stati inviati allo Spallanzani di Roma, centro nazionale di riferimento per le malattie infettive ad alto rischio. L’esito è arrivato nella mattina di lunedì 1 giugno: test negativo per Ebola. Il Ministero della Salute ha confermato di essere rimasto in contatto con le autorità sanitarie della Sardegna per tutta la durata dell’emergenza.
La Regione Sardegna aveva già fatto sapere, nella serata del 31 maggio, di essere in costante collegamento con Ministero, Spallanzani e autorità sanitarie locali. In quella fase il caso era ancora classificato come “presunto”, cioè da confermare o escludere attraverso gli esami di laboratorio.
Perché è scattato il protocollo
E’ bene chiarire che il protocollo non significa contagio accertato. Significa, al contrario, che davanti a un paziente con sintomi compatibili e un recente viaggio in un’area a rischio, il sistema sanitario applica il principio di massima precauzione.
Ebola può iniziare con sintomi non specifici, come febbre, malessere, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola; in una fase successiva possono comparire vomito, diarrea, dolore addominale, rash cutaneo e, nei casi più gravi, alterazioni della funzione epatica e renale o sanguinamenti. Proprio perché i sintomi iniziali possono somigliare a molte altre infezioni, la diagnosi richiede test specifici.
La trasmissione
Va ricordato anche un aspetto fondamentale: Ebola non si trasmette come influenza o Covid. Secondo ECDC, la trasmissione richiede contatto diretto con sangue, secrezioni o altri fluidi corporei di persone o animali infetti; la malattia non è considerata a trasmissione aerea e, in generale, una persona non è contagiosa prima della comparsa dei sintomi.
Un allarme da gestire senza panico
La vicenda di Cagliari mostra due cose. La prima è che i protocolli italiani di sorveglianza sono stati attivati rapidamente: chiamata al 118, isolamento, trasporto protetto, invio dei campioni allo Spallanzani e comunicazione con il Ministero. La seconda è che un caso sospetto non deve essere trasformato automaticamente in un caso confermato.
In sanità pubblica, soprattutto davanti a virus ad alta letalità come Ebola, la prudenza può apparire spettacolare: tute, strade chiuse, biocontenimento, isolamento. Ma proprio quelle misure servono a evitare rischi per operatori e cittadini mentre si attende la diagnosi. A Cagliari, questa volta, l’esito ha escluso il contagio.