La partita sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea torna a scuotere la politica italiana. Non si tratta ancora dell’adesione di Kiev all’Ue, né di una scorciatoia verso l’ingresso immediato. La novità, però, è politicamente rilevante: Bruxelles si prepara ad accelerare il percorso negoziale, con la possibile apertura dei primi capitoli del negoziato di adesione già a giugno 2026.

La Commissione europea dovrebbe presentare al Consiglio Affari generali del 16 giugno la proposta di aprire il primo gruppo di capitoli negoziali per Ucraina e Moldavia. Il tema potrebbe poi arrivare al vertice dei leader europei del 18 e 19 giugno. È su questo passaggio, tecnico nella forma ma altamente politico nella sostanza, che in Italia si è aperto lo scontro.
La procedura europea: cosa significa davvero
L’Ucraina ha presentato domanda di adesione all’Ue il 28 febbraio 2022, pochi giorni dopo l’invasione russa su larga scala. I negoziati di adesione sono stati formalmente avviati il 25 giugno 2024, con la prima conferenza intergovernativa tra Bruxelles e Kiev. Da quel momento il percorso è entrato nella fase più complessa: l’allineamento progressivo all’acquis comunitario, cioè l’insieme delle regole, dei diritti e degli obblighi dell’Unione.
I negoziati non procedono con un voto unico, ma attraverso capitoli e gruppi di capitoli, i cosiddetti cluster, che riguardano settori come giustizia, diritti fondamentali, mercato interno, concorrenza, ambiente, agricoltura, politica estera e sicurezza. L’apertura di un cluster non equivale quindi all’ingresso nell’Ue: è l’avvio di una fase di verifica, riforme e negoziazione che può durare anni.
Il 23 aprile 2026, in una dichiarazione congiunta, il presidente del Consiglio europeo António Costa, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky hanno chiesto di aprire “senza ritardo” i cluster negoziali, sottolineando i progressi compiuti da Kiev sul percorso europeo.
Il no della Lega: “Danno economico e sociale”
In Italia, però, l’accelerazione europea ha immediatamente diviso la maggioranza. La Lega ha diffuso una posizione netta:
“La Lega è assolutamente contraria ad ogni ipotesi di adesione dell’Ucraina all’Unione europea”. Secondo il partito di Matteo Salvini, Kiev “non ha i requisiti necessari” e il suo ingresso nell’Ue rappresenterebbe “un danno economico e sociale di enormi proporzioni”.
A giudizio del Carroccio non sarebbe ancora in grado di rispettare pienamente le condizioni richieste a un Paese candidato: stabilità istituzionale, stato di diritto, tutela delle minoranze, lotta alla corruzione, funzionamento dell’economia di mercato e capacità amministrativa di applicare l’intero acquis comunitario. Sono i cosiddetti criteri di Copenaghen, che altri Paesi candidati, soprattutto nei Balcani, stanno cercando di soddisfare dopo anni di riforme e negoziati.
La Lega aggiunge poi un argomento economico e sociale: l’ingresso di un Paese grande, agricolo, in guerra e bisognoso di enormi risorse per la ricostruzione rischierebbe, secondo il partito di Salvini, di alterare gli equilibri dell’Unione, pesare sul bilancio europeo, incidere sulla distribuzione dei fondi Ue e creare tensioni su agricoltura, lavoro e concorrenza.
La Lega non si limita a chiedere prudenza sui tempi. Dice no all’ipotesi stessa di adesione. Generando una frattura evidente con la linea ufficiale del governo italiano.
Tajani apre, ma mette davanti i Balcani
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha cercato di tenere insieme sostegno a Kiev e cautela procedurale.
“Noi siamo favorevoli all’avvio di un percorso”, ha detto, precisando però che “non dobbiamo dimenticare che ci sono altri Paesi candidati” e che “per noi la priorità sono i Balcani”.
La posizione di Forza Italia è diversa da quella della Lega: non una chiusura all’Ucraina, ma un richiamo alla gradualità e alla necessità di non penalizzare Paesi che attendono da più tempo, come Albania, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia e Bosnia-Erzegovina.
Anche Giorgia Meloni, finora, ha sostenuto il percorso europeo di Kiev, pur evitando formule che facciano pensare a un ingresso rapido. Dopo l’incontro con Zelensky del 15 aprile 2026, la premier aveva auspicato l’adesione dell’Ucraina “al pari” delle altre nazioni europee che da tempo hanno avviato questo cammino, collegando il processo di adesione al quadro più ampio delle garanzie di sicurezza e del negoziato di pace.
Le opposizioni all’attacco
La reazione delle opposizioni è stata immediata. Il Pd parla apertamente di cortocircuito nella maggioranza. Secondo i dem, Meloni dovrebbe “sconfessare” la linea della Lega, accusata di portare avanti un’agenda filorussa.
Il tema è particolarmente sensibile perché l’Ucraina, per una parte consistente delle opposizioni, non è soltanto un Paese candidato all’Ue. È il simbolo della resistenza all’aggressione russa e della difesa dell’ordine europeo. Per questo il no della Lega viene letto non come una normale divergenza sui tempi dell’allargamento, ma come un segnale politico più profondo.
Italia Viva parla di governo in tilt su un dossier cruciale, mentre nel Pd diversi esponenti, da Lia Quartapelle a Stefano Sensi fino a Piero De Luca, insistono sulla contraddizione tra la linea europeista e atlantica rivendicata da Meloni e la posizione del Carroccio.
Calenda: “Sovranisti russi”
Il tono più duro arriva da Carlo Calenda. Il leader di Azione, commentando il no della Lega, ha scritto:
“Aspettiamo le altre quinte colonne di Putin. Questi si fanno anche chiamare sovranisti. Sì, ma sovranisti russi…“.
Per Calenda, il punto non è soltanto l’ingresso di Kiev nell’Ue. È la collocazione internazionale dell’Italia. In questa lettura, opporsi al percorso europeo dell’Ucraina significa indebolire la risposta occidentale a Mosca e rendere meno credibile la posizione italiana nei tavoli europei.
Aspettiamo le altre quinte colonne di #Putin. Questi si fanno anche chiamare sovranisti. Sovranisti russi. pic.twitter.com/wJa76x3XOC
— Carlo Calenda (@CarloCalenda) May 27, 2026
Il nodo politico per Meloni
La premier si trova così davanti a un doppio equilibrio. Da una parte deve confermare la linea di sostegno a Kiev, condivisa con Bruxelles, Washington e con i principali partner europei. Dall’altra deve gestire una maggioranza in cui la Lega mantiene una posizione molto più fredda sull’Ucraina, soprattutto quando il tema esce dal perimetro degli aiuti militari e arriva alla prospettiva dell’ingresso nell’Unione.
Il dossier ucraino torna a essere una cartina di tornasole della politica estera italiana. Non solo perché riguarda Kiev, Zelensky e la guerra con la Russia, ma perché misura la coerenza del governo.