una strada diversa

Fine vita, ospedali: le regole nel vademecum dell’assessorato al welfare di regione Lombardia

Non crea una nuova legge regionale sul fine vita, ma prova a dare istruzioni pratiche a chi, negli ospedali, deve ricevere e valutare le domande

Fine vita, ospedali: le regole nel vademecum dell’assessorato al welfare di regione Lombardia

La Lombardia prova a mettere ordine in uno dei passaggi più delicati della sanità pubblica: le richieste di accesso alla morte medicalmente assistita. In attesa di una legge nazionale organica sul fine vita, l’assessorato regionale al Welfare ha predisposto un vademecum operativo destinato agli ospedali, alle Ats e ai pazienti.

Il documento, anticipato dal Corriere della Sera il 12 maggio 2026, è stato condiviso con i capigruppo di maggioranza del Consiglio regionale e dovrebbe essere integrato con eventuali osservazioni politiche prima della pubblicazione definitiva.

Il quadro fissato dalla Corte costituzionale

Il punto di partenza è il percorso tracciato dalla Corte costituzionale. Con l’ordinanza 207 del 2018, relativa al caso Cappato-Dj Fabo, la Consulta aveva rinviato la decisione per lasciare al Parlamento il tempo di intervenire su una materia eticamente e giuridicamente complessa.

L’anno successivo, la Corte ha stabilito che l’aiuto al suicidio non è punibile in una circoscritta area di casi: quando la persona è affetta da una patologia irreversibile, vive sofferenze fisiche o psicologiche che considera intollerabili, è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale ed è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Più di recente, con la sentenza 135 del 2024, la Corte è tornata sul tema, confermando la centralità del requisito dei trattamenti di sostegno vitale e precisando ulteriormente il perimetro applicativo della decisione del 2019.

Chi può presentare la richiesta

Il vademecum lombardo nasce proprio dentro questo spazio ancora non riempito dal Parlamento. Non crea una nuova legge regionale sul fine vita, ma prova a dare istruzioni pratiche a chi, negli ospedali, deve ricevere e valutare le domande.

Sul vademecum è intervenuto anche l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso, che ha rivendicato l’impostazione tecnica del documento. L’obiettivo, ha spiegato, è dare agli ospedali indicazioni operative su “come ci si deve muovere”, restando dentro il perimetro fissato dalla Corte costituzionale. Secondo Bertolaso, il testo serve a garantire insieme diritti, cure e regole certe, senza anticipare una legge nazionale ma applicando quanto già stabilito dalla Consulta. “Credo che sia un buon lavoro”, ha dichiarato, precisando che il documento è stato condiviso con gli alleati e che la Regione si considera “allineata alla Consulta”.

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Guido Bertolaso, assessore al Welfare di Regione Lombardia

Secondo la bozza anticipata, la richiesta potrà essere presentata da cittadini residenti e assistiti in Lombardia all’Asst o all’Ats di competenza, preferibilmente in forma scritta. La domanda deve arrivare direttamente dall’interessato: non sono previste deleghe.

Per chi, a causa della malattia, non può scrivere autonomamente, il documento indica la possibilità di ricorrere a strumenti alternativi, come una videoregistrazione, puntatori oculari o comunicatori vocali digitali.

La Regione, le Asst e le Ats dovranno pubblicare sui propri siti le modalità con cui presentare la richiesta, così da evitare percorsi opachi o diversi da struttura a struttura. È uno degli aspetti centrali del documento: trasformare un diritto riconosciuto dalla giurisprudenza costituzionale in una procedura conoscibile, verificabile e non lasciata all’improvvisazione dei singoli ospedali.

Il ruolo delle cure palliative

Ampio spazio viene riservato alle cure palliative. Prima di arrivare alla valutazione della morte medicalmente assistita, il paziente deve essere informato sulle possibilità disponibili per alleviare la sofferenza, comprese le forme di sostegno psicologico, sociale e spirituale.

Non si tratta, quindi, di presentare il suicidio assistito come scorciatoia sanitaria, ma di inserirlo in un percorso in cui devono essere prima chiarite tutte le alternative di cura e accompagnamento.

La domanda sarà esaminata da un Collegio di valutazione, incaricato di verificare la presenza dei requisiti indicati dalla Corte costituzionale: patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche giudicate intollerabili dal paziente, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.

Tra i trattamenti di sostegno vitale vengono indicati, ad esempio, ventilazione meccanica, nutrizione artificiale, dialisi e assunzione continuativa di farmaci salvavita. La partecipazione dei professionisti al Collegio sarà su base volontaria. In caso di valutazione negativa, il paziente potrà fare ricorso.

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Fine vita

Dove può avvenire la procedura

Quanto alla procedura vera e propria, il documento prevede che la morte medicalmente assistita possa avvenire a casa del paziente oppure, se richiesto, in ospedale.

Il Servizio sanitario regionale fornirà il farmaco letale, ma resta un punto essenziale: dovrà essere il malato ad autosomministrarselo. Il personale sanitario potrà essere presente per assistere in caso di difficoltà, ma non potrà iniettare direttamente il farmaco. Anche questa distinzione discende dal perimetro giuridico attuale, che riguarda il suicidio medicalmente assistito e non l’eutanasia attiva.

I tempi previsti

Il vademecum fissa anche una cornice temporale. Come buona prassi, l’intero iter dovrebbe concludersi entro un massimo di 145 giorni dalla ricezione della domanda, anche se i tempi potranno variare in base al singolo caso. Fra i passaggi indicati c’è anche il termine di 45 giorni, prorogabile, per la valutazione del Collegio.

Una strada diversa da altre Regioni

La Lombardia sceglie così una strada diversa da quella di altre Regioni. Toscana e Sardegna hanno approvato leggi sul fine vita, mentre l’Emilia-Romagna è intervenuta con una delibera, poi finita al centro di contenziosi amministrativi.

In Lombardia, invece, il Consiglio regionale aveva già affrontato il tema con la proposta di legge “Liberi subito”, promossa dall’associazione Luca Coscioni, ma la maggioranza aveva sostenuto che la materia fosse di competenza nazionale. Nel frattempo, la Regione ha istituito un Comitato tecnico-scientifico e almeno due pazienti hanno avuto accesso al suicidio medicalmente assistito.

Il nodo politico resta nazionale

Il nodo politico resta aperto. Da un lato c’è l’esigenza di non lasciare soli pazienti, medici e strutture sanitarie davanti a richieste estreme e giuridicamente complesse. Dall’altro rimane l’assenza di una disciplina nazionale compiuta, più volte sollecitata dalla stessa Corte costituzionale.

Nel 2019 la Consulta aveva espresso un “vigoroso auspicio” per un intervento del legislatore, ma a distanza di anni il Parlamento non ha ancora chiuso la partita.