Dopo settimane di tensioni, Washington prova a ricucire i rapporti con due interlocutori centrali: il Vaticano e il governo italiano. Il segretario di Stato americano Marco Rubio sarà a Roma giovedì e venerdì, 7 e 8 maggio 2026, per una visita ufficiale che ha un obiettivo politico preciso, quello di ristabilire un dialogo pieno con la Santa Sede – in seguito ai reiterati attacchi del presidente Donald Trump all’indirizzo del Papa – e rafforzare il coordinamento con l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

Una missione che arriva in un momento di forte instabilità globale, tra crisi in Medio Oriente, tensioni energetiche e crescente pressione sulle alleanze occidentali.
La tappa romana si inserisce infatti in una strategia più ampia degli Stati Uniti per consolidare i rapporti con partner considerati strategici sia sul piano politico sia su quello geopolitico. L’Italia, per posizione e ruolo nel Mediterraneo, e il Vaticano, per il suo peso diplomatico e morale, rappresentano due snodi fondamentali.
La stessa Premier Meloni ha confermato che incontrerà Rubio venerdì 8 maggio 2026, alle 11,30, a Palazzo Chigi.
“Da tempo gli Usa discutono di disimpegno in Europa. È una scelta che non dipende da me, personalmente non la condivido, l’Italia ha sempre mantenuto gli impegni, lo ha sempre fatto sempre in ambito Nato, anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti, in Afghanistan come in Iraq. Alcune cose dette nei nostri confronti non le considero corrette” ha dichiarato la Presidente del Consiglio.
Il nodo Vaticano: “ricucire” dopo le divergenze
Uno dei passaggi più delicati della visita riguarda gli incontri in Vaticano, dove Rubio vedrà Prevost e il cardinale Pietro Parolin. Il confronto arriva dopo settimane in cui sono emerse divergenze di impostazione su diversi dossier internazionali, in particolare sulla gestione dei conflitti e sull’approccio alle crisi umanitarie.
La Santa Sede ha mantenuto una linea orientata alla mediazione e alla de-escalation, mentre gli Stati Uniti hanno adottato posizioni più assertive, soprattutto nelle fasi più acute delle crisi. Gli appelli alla pace di papa Leone, sono stati letti dal presidente al stelle e strisce con un attacco personale, a cui ha risposto in modalità tutt’altro che diplomatiche.
A stretto giro, l’appoggio incondizionato che la premier Meloni ha offerto al Pontefice, ha ulteriormente indispettito il tycoon che ha interpretato la presa di posizione come un tradimento da uno dei partner europei percepiti come più vicini alla Casa Bianca.

Riavvolgendo il nastro ecco alcune dichiarazioni salienti del presidente americano che, nelle ultime settimane, hanno alimentato frizioni sia con il Vaticano sia con il governo italiano. In particolare:
- 14 aprile 2026: Trump ha criticato il Papa parlando di “posizioni ingenue sulla sicurezza globale”, sostenendo che “certe aperture rischiano di indebolire l’Occidente”. E ancora: “Non sono un fan di papa Leone, è un debole. Se io non fossi alla casa Bianca, lui non sarebbe in Vaticano. Pessimo in politica estera, accetta che l’Iran abbia l’arma nucleare, danneggia la Chiesa”.
- 22 aprile 2026: nuovo affondo, con l’accusa alla Santa Sede di “non comprendere fino in fondo la natura delle minacce moderne”. Il tycoon ha tenuto il punto: “Non c’è nulla di cui scusarsi il Papa ha torto”.
Dal canto proprio, il pontefice, pure ribattendo di non “aver paura di Trump”, ha ripetutamente rifiutato di entrare in polemica diretta con lui.
Sul fronte italiano, soprattutto in seguito al diniego della base di Sigonella e della difesa di Meloni al Pontefice, anche il governo è finito del mirino del repubblicano.
- 14 aprile 2026: “Sono scioccato da Meloni, pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo”.
- 16 aprile 2026: “L’Italia non c’era per noi, noi non ci saremo per loro” e su Meloni “È stata negativa. Con chiunque ci abbia rifiutato l’aiuto in questa situazione iraniana, non abbiamo lo stesso rapporto”.
Parole che, pur nel linguaggio spesso diretto del presidente americano, hanno contribuito a creare un clima di raffreddamento diplomatico che la visita di Rubio punta a superare.
Il faccia a faccia con il Pontefice ha anche un valore simbolico: ristabilire un clima di fiducia e riaprire canali di cooperazione. In questo senso, il Vaticano resta un attore capace di influenzare equilibri internazionali ben oltre la dimensione religiosa.
Incontri con Tajani e Crosetto
Sul fronte italiano, la visita prevede incontri a Palazzo Chigi con il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto, oltre a un possibile confronto diretto con la presidente del Consiglio Meloni. Si tratta di riunioni operative, in cui verranno affrontati i principali dossier della cooperazione bilaterale.
Al centro ci saranno la sicurezza nel Mediterraneo, il coordinamento all’interno della NATO, il ruolo dell’Italia nelle missioni internazionali e la gestione delle crisi regionali. Particolare attenzione sarà dedicata agli sviluppi nello stretto di Hormuz e alle conseguenze sulle rotte commerciali, con impatti diretti su energia, trasporti e costi logistici.
Il dialogo toccherà anche il tema della sicurezza energetica, tornato centrale con la volatilità dei prezzi di gas e petrolio. L’Italia, grazie alla sua posizione e alle infrastrutture, è considerata un hub strategico per la diversificazione delle forniture verso l’Europa.
Toni prudenti, ma obiettivo chiaro
Dalle prime indicazioni diffuse da Washington, la visita viene presentata come un passaggio volto a “rafforzare il coordinamento con alleati chiave” e a consolidare la cooperazione su sicurezza e stabilità internazionale. Fonti del Dipartimento di Stato parlano di colloqui “costruttivi” e della volontà di mantenere un dialogo aperto sia con il governo italiano sia con la Santa Sede.
Dal lato italiano, ambienti diplomatici sottolineano come il rapporto con gli Stati Uniti resti centrale nella gestione delle crisi internazionali e nel coordinamento in ambito NATO e mediterraneo, evidenziando l’importanza di un confronto diretto in una fase di forte instabilità.
Anche dal Vaticano, pur senza dichiarazioni ufficiali anticipate, filtra una linea di continuità: favorire la mediazione e la de-escalation, mantenendo aperti i canali di dialogo con tutti gli attori coinvolti nei principali scenari di crisi.
Il contesto globale: alleanze sotto pressione
L’iniziativa americana si inserisce in un quadro internazionale in cui le alleanze tradizionali sono sottoposte a forte stress. Le tensioni geopolitiche, l’instabilità energetica e le crisi regionali stanno mettendo alla prova la capacità dei partner occidentali di mantenere una linea condivisa.
Per Washington, consolidare il rapporto con Roma significa rafforzare la presenza nel Mediterraneo e garantire continuità nelle politiche di sicurezza.
Al di là degli incontri ufficiali, la visita di Rubio rappresenta un vero e proprio test di tenuta delle relazioni. Non si tratta solo di ristabilire contatti formali, ma di verificare se esiste ancora una convergenza sostanziale su dossier cruciali come energia, sicurezza e gestione dei conflitti.
In pubblico nessuno parla apertamente di tensioni, ma il senso della missione è chiaro: riallineare posizioni prima che le divergenze diventino strutturali. La missione a Roma, quindi, va ben oltre la dimensione protocollare: è un passaggio chiave per rafforzare un equilibrio internazionale sempre più fragile.