Fratelli d’Italia verso… l’Europa, Lega alla ricerca di “un centro di gravità permanente” o forse più banalmente in cerca di sé: la destra italiana davanti al bivio.
Non c’è infatti solo Forza Italia a sfogliare la margherita per cercare di capire cosa fare “da grande”.
Fratelli d’Italia e quella tentazione di entrare nel Partito popolare europeo
C’è un’immagine che fotografa meglio di ogni sondaggio lo stato della destra italiana.
Da un lato Giorgia Meloni che dialoga ormai stabilmente con Bruxelles (con Fdi e i conservatori di Ecr che fanno parte della maggioranza al Parlamento Europeo) e si accredita sempre di più come interlocutrice affidabile.

Dall’altro, Matteo Salvini che ospita o strizza l’occhio a piattaforme identitarie sempre più radicali.

In mezzo, un sistema politico che seppur ancor centrato saldamente sul bipolarismo, nel Centrodestra (ma il Centrosinistra non è da meno) non è più monolitico, ma attraversato da tensioni strategiche profonde.
Insomma, il famoso “distinti, ma non distanti” che da ormai 30 e passa anni caratterizza l’alleanza di Centrodestra sembra vivere qualche momento di logoramento, di riflessione interna che inevitabilmente si riflettono sulle dinamiche della coalizione, in particolare per quanto riguarda i prossimi appuntamenti delle Politiche 2027, delle Regionali in Lombardia e delle Amministrative a Milano.
La scommessa di Fratelli d’Italia
Fratelli d’Italia ha intrapreso una traiettoria chiara: trasformarsi da forza di opposizione a pilastro del sistema europeo.
L’ipotesi di un avvicinamento al Partito Popolare Europeo, fino a pochi anni fa impensabile, oggi circola con insistenza nei palazzi comunitari.

È una scelta che comporta vantaggi e rischi.
Da un lato, accredita il partito come forza di governo pienamente legittimata: atlantismo, affidabilità economica, capacità di interlocuzione.
Dall’altro, apre uno spazio politico a destra, dove l’identità sovranista rischia di diluirsi.
Addirittura “annacquarsi” lamentano gli osservatori più maligni.
Tra l’altro in molti, dopo l’escalation successiva alla cavalcata nel deserto (l’uscita dal Popolo della Libertà e la nascita prima di Centrodestra Nazionale, poi di Fratelli d’Italia), temono di ripetere la versione europea dell’esperienza del Pdl con la fusione nei ticket Forza Italia- Alleanza nazionale.

Un’operazione che tanto per intenderci fece ripartire letteralmente da zero An (era al 12-14%) e segnò la fine dell’esperienza politica di Gianfranco Fini.
Le picconate di Vannacci
È proprio su questo terreno che si inserisce l’attacco di Roberto Vannacci, che ha definito “imbarazzante” l’europeismo di FdI.

Non è solo polemica: è il tentativo di occupare lo spazio che Meloni sta progressivamente lasciando scoperto.
Una dinamica classica, ovvero quando un partito si istituzionalizza, qualcuno prova a rappresentare la sua versione originaria.
Vale la pena ricordare che la situazione si fa oltremodo politicamente interessante pensando agli ultimi sondaggi italiani dove il Centrosinistra avrebbe superato il Centrodestra (escludendo appunto un potenziale 4% alle urne di Futuro Nazionale).
La Lega e la crisi di identità
Se FdI è impegnata a scegliere una sua ulteriore direzione e dimensione, la Lega appare invece sospesa tra più linee, spesso incompatibili tra loro.
Il Remigration Summit di sabato a MIlano in piazza Duomo ha rappresentato un punto di emersione di questa ambiguità: una piattaforma fortemente identitaria, centrata su immigrazione e sicurezza, che ha creato imbarazzo tra gli alleati di Governo (in primis Forza Italia) e segnato una distanza evidente rispetto alla linea in questo momento più “ingessata” di Fratelli d’Italia.
Dentro la Lega convivono almeno tre anime:
- quella più radicale e ideologica, che guarda alle destre europee più dure;
- quella amministrativa e di governo, incarnata da Luca Zaia e altri autorevoli esponenti (Fedriga, Romeo, Giorgetti), attenta alla credibilità istituzionale;
- quella di Salvini, che tenta di tenere insieme entrambe, oscillando tra protesta e Governo.
Il risultato (tra l’altro poco dopo l’addio al fondatore Umberto Bossi) è una ambiguità strategica che nel medio periodo rischia di diventare un problema politico serio con i sondaggi che in questi ultimi tre anni hanno dato un riscontro implacabile, anche se in queste ultime sentite le percentuali appaiono in risalita.
Il nodo Trump, la necessità di smarcarsi
In questo quadro si inserisce anche il tema del rapporto con Donald Trump.
In questi ultimi giorni è arrivato l’appello, più o meno esplicito, dell’ex governatore del Veneto Luca Zaia a prendere le distanze da The Donald:

“Meloni fa bene a smarcarsi da Trump. Che aspetta la Lega? l’Europa deve rialzarsi e smetterla con il complesso di inferiorità nei confronti degli Stati Uniti. L’amicizia non può essere confusa con la subalternità”.
In un suo intervento a Bassano del Grappa ha poi aggiunto che “la Lega era nata come forza profondamente radicata nei territori, con un’identità concreta e riconoscibile, legata agli interessi del Nord produttivo, poco incline ai modelli importati e distante dalle rigidità ideologiche. Oggi, invece, rischia di apparire come un partito che rincorre identità e parole d’ordine costruite altrove, più imitate che generate”.
Una destra sempre meno unitaria, gli scenari
Lo scenario è quello di una coalizione che resta unita al Governo, ma sempre più divisa nella visione e nelle strategie.
Fratelli d’Italia sembra dunque puntare alla centralità europea, cercando di diventare il perno di una nuova maggioranza conservatrice.
La Lega oscilla, senza ancora decidere se seguire quella strada o rilanciare su un terreno più identitario.
Nel frattempo, figure come Vannacci provano a intercettare il malessere di un elettorato che non si riconosce nella normalizzazione.