L’editoriale di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia, dal titolo “Tecnologia, persuasione e interiorità”.
La riflessione sui Behavior Change Support Systems apre uno degli spazi più significativi della contemporanea filosofia della tecnica e del diritto. Essa ci obbliga a riconoscere che la questione del comportamento umano non si decide più soltanto nei luoghi tradizionali della norma, dell’educazione o della deliberazione politica, ma anche nelle architetture digitali che predispongono il contesto dell’agire. Il BCSS, quale sistema orientato a modificare conformità, comportamento e atteggiamento secondo gli esiti del formare, alterare e rafforzare, rappresenta perciò una soglia teorica decisiva: esso rende visibile il passaggio dalla tecnica come semplice strumento alla tecnica come ambiente di formazione della vita pratica. Ma proprio tale passaggio esige un supplemento di sapienza giuridica, etica e culturale. Quanto più la tecnica diventa capace di incidere sull’interiorità delle scelte, tanto più cresce il dovere delle istituzioni, degli studiosi e dei progettisti di custodire la dignità della persona, la trasparenza dell’influenza e la verità del bene comune. Solo così la persuasione tecnologica potrà diventare non una forma elegante di dominio, ma un esercizio alto di responsabilità al servizio dell’umano.
Nel tempo della tecnica avanzata, la questione del mutamento dell’agire umano si impone con una intensità nuova, tale da interrogare non soltanto la pedagogia, la morale, la politica o la psicologia sociale, ma la stessa autocoscienza della civiltà contemporanea. Essa, infatti, non si colloca più unicamente nei luoghi tradizionali della formazione, della normazione o della deliberazione pubblica, bensì tende a inscriversi sempre più profondamente nell’architettura dei sistemi digitali che accompagnano, orientano, guidano e talvolta persino prefigurano i comportamenti quotidiani delle persone. Non siamo più dinanzi a strumenti che si limitino a servire un’intenzione previamente costituita, né a dispositivi che svolgano una funzione meramente ausiliaria rispetto a una volontà già formata; ci troviamo, piuttosto, di fronte a sistemi che, attraverso la logica stessa della loro progettazione, concorrono a configurare il contesto nel quale la decisione matura, l’abitudine si sedimenta e l’atteggiamento interiore si dispone. In tale orizzonte, la nozione di Behavior Change Support System elaborata da Harri Oinas Kukkonen oltrepassa il pur rilevante interesse tecnico e metodologico per assumere un significato autenticamente culturale, filosofico e giuridico: il BCSS non designa soltanto un oggetto di studio della persuasive technology, ma una figura emblematica della civiltà digitale contemporanea, nella quale la potenza della tecnica tende sempre meno a limitarsi all’organizzazione dei mezzi e sempre più a investire la sfera stessa dell’orientamento umano. Il merito più profondo del contributo di Oinas-Kukkonen consiste nell’aver compreso che la questione del cambiamento non può essere affrontata in modo generico, quasi che ogni trasformazione della condotta fosse omogenea alle altre o riconducibile a un’unica meccanica dell’influenza.
L’autore distingue, infatti, tre archetipi del mutamento: quello della conformità, quello del comportamento e quello dell’atteggiamento; e, insieme, tre esiti possibili del processo trasformativo: il formare, l’alterare e il rafforzare. Questa articolazione, se letta in profondità, non ha soltanto valore classificatorio, ma apre uno spazio di riflessione assai più ampio, poiché tocca i diversi livelli dell’esperienza umana: il piano dell’adesione esterna a una regola, quello dell’azione reiterata che si consolida in abitudine, e quello più intimo della disposizione valutativa, della convinzione, dell’orientamento interiore con cui il soggetto abita il mondo. Proprio per questo, una filosofia della tecnica che voglia essere all’altezza del presente non può arrestarsi alla descrizione funzionale dei sistemi, ma deve interrogarsi sul loro significato antropologico: che cosa accade alla libertà quando il mutamento dell’uomo diviene, almeno in parte, materia di progettazione tecnologica? La domanda si fa tanto più urgente in quanto il lessico contemporaneo della persuasione tende spesso a presentarsi con i tratti, solo apparentemente innocui, dell’accompagnamento, del supporto, della facilitazione, della raccomandazione personalizzata. Dietro tali formule, tuttavia, si dischiude una questione ben più radicale: se la tecnologia possa ancora essere considerata un puro strumento nella disponibilità della volontà umana, oppure se essa stia progressivamente assumendo la forma di un ambiente normativo implicito, di una grammatica silenziosa delle possibilità, di una architettura del consentito e del preferibile. Quando un sistema digitale organizza le opzioni, rende più accessibili alcune scelte, ne scoraggia altre, produce promemoria, incentivi, feedback e stimoli reiterati, esso non si limita a trasmettere informazioni, ma struttura il paesaggio stesso della decisione. In questo senso, il BCSS non si colloca ai margini del problema della libertà, ma nel suo centro più delicato. L’influenza tecnologica non si manifesta più soltanto come imposizione esterna, bensì come predisposizione dell’ambiente entro il quale la libertà si esercita. Ed è proprio in questa forma più discreta, più mite e apparentemente più neutrale che essa rivela una capacità di penetrazione tanto più profonda quanto meno visibilmente coercitiva. Si apre così il grande nodo teorico del rapporto tra persuasione e libertà. La persuasione, nella sua accezione più alta, non coincide con la manipolazione. Essa può costituire, al contrario, una forma nobile di mediazione razionale, una pedagogia del convincimento rispettosa dell’altro, un accompagnamento che non annulla il discernimento, ma lo sostiene. La tradizione filosofica ha sempre saputo distinguere il convincere dal piegare, il mostrare il bene dall’imporre un effetto, la formazione interiore dal governo occulto delle reazioni. E tuttavia, nella civiltà algoritmica, questa distinzione si fa più difficile, poiché la persuasione non si esercita più soltanto mediante il discorso esplicito, ma anche attraverso la disposizione preventiva del contesto, la selezione delle alternative, la modulazione dei tempi, la personalizzazione dello stimolo, la misurazione continua delle risposte. Non si persuade più soltanto parlando, ma anche disponendo l’ambiente. Ne deriva che il potere persuasivo della tecnica si manifesta come un potere insieme più discreto e più penetrante: esso non ordina necessariamente, ma suggerisce; non costringe in modo manifesto, ma induce, orienta, normalizza.
Ed è precisamente in questa zona intermedia, sospesa fra guida e pressione, fra sostegno e condizionamento, che si colloca la più sottile sfida etica e giuridica dei sistemi di supporto al cambiamento. Alla luce di ciò, la distinzione tra complying change, behavior change e attitude change acquista un significato che oltrepassa la pura tassonomia funzionale per assumere una evidente profondità antropologica. Il mutamento della conformità riguarda il livello più esteriore dell’adesione: il soggetto viene orientato a seguire una procedura, a rispettare una prescrizione, a conformarsi a una indicazione. Più delicato è il mutamento del comportamento in senso proprio, poiché qui l’intervento non concerne più soltanto il singolo atto, ma la ripetizione, la routine, la sedimentazione dell’agire. Ancora più intensa è la portata del mutamento dell’atteggiamento, poiché qui l’intervento si spinge fino alla disposizione interiore, al modo di sentire, valutare e interpretare. Cambiare un atteggiamento significa toccare non soltanto ciò che l’uomo fa, ma il modo stesso in cui egli guarda il mondo. È per questo che una riflessione filosofica rigorosa non può accontentarsi di valutare l’efficacia esterna del mutamento, ma deve domandarsi se esso sia autenticamente umano, cioè rispettoso della struttura relazionale, riflessiva e responsabile della persona, oppure se si riduca a una conformazione adattiva dell’agire, efficiente ma interiormente impoverita. L’essere umano, infatti, può essere reso più conforme senza divenire più libero, più prevedibile senza diventare più saggio, più efficiente senza essere più vero a se stesso. Da questo punto di vista, il valore non può essere misurato esclusivamente in termini di risultati osservabili, ma deve essere sottoposto a una più alta indagine assiologica che investa la qualità del rapporto tra mezzo tecnico e dignità personale. Se un sistema induce un comportamento vantaggioso ma lo fa al prezzo di una progressiva attenuazione della facoltà deliberativa del soggetto, il risultato pratico, pur utile, lascia intatto un fondamentale problema di legittimità culturale e morale. Non meno eloquente è, in tal senso, la tripartizione degli esiti del cambiamento: forming, altering, reinforcing.
Formare significa introdurre ciò che ancora non esisteva; alterare significa modificare ciò che è già dato; rafforzare significa consolidare una tendenza già presente. Se questa triade viene letta con occhio filosofico, appare chiaro che la tecnica contemporanea non si limita più a estendere la mano dell’uomo sul mondo, ma tende a partecipare alla stessa configurazione della soggettività. Essa si fa, per così dire, pedagogia incorporata, mediazione dell’abito, micro-istituzione del quotidiano. E allora la domanda decisiva diviene inevitabilmente questa: tale pedagogia è orientata al fiorire della persona oppure alla sua amministrazione ordinaria? Su questo crinale emerge con particolare nettezza la responsabilità del diritto. Il diritto non è chiamato soltanto a regolare gli effetti esterni dei sistemi tecnologici, ma a valutare la qualità delle relazioni di potere che essi instaurano. Ogni BCSS, proprio in quanto sistema progettato per incidere su conformità, comportamenti o atteggiamenti, esercita una forma di potere mite ma reale. Non assume il volto imperativo della legge né la durezza manifesta della coercizione; e tuttavia organizza possibilità, orienta preferenze, seleziona convenienze, struttura il tempo della risposta e il quadro delle alternative. Il potere contemporaneo, non di rado, non coincide più con il comando che vieta o impone, ma con l’architettura che predispone, facilita e accompagna.
Di qui nasce l’esigenza di una teoria giuridica della persuasione tecnologica capace di distinguere il supporto legittimo dalla manipolazione, la promozione del bene comune dalla colonizzazione silenziosa dell’interiorità, l’uso proporzionato delle tecniche di influenza dalla produzione opaca di dipendenze o conformismi. È a questo livello che il discorso si eleva a una dimensione propriamente civile. La questione decisiva non è soltanto se il Behavior Change Support System sia utile, ma quale civiltà della tecnica concorre a edificare. I loro ambiti applicativi, che spaziano dalla salute alla prevenzione, dall’alimentazione alla postura, dall’attività fisica ai comportamenti energetici, mostrano la loro straordinaria potenzialità sociale. Essi possono contribuire alla cura, alla sostenibilità, alla sicurezza, persino all’emancipazione di soggetti vulnerabili. Ma proprio la nobiltà di tali finalità impone di evitare ogni riduzionismo tecnocratico. Un sistema progettato per il bene può, se non adeguatamente governato, trasformarsi in una forma paternalistica di eterodirezione; può sostituire l’educazione con il condizionamento, la responsabilità con la mera reattività, il consenso con la silenziosa modulazione della scelta. Per questo una cultura giuridica e filosofica autenticamente alta deve saper custodire, insieme, due esigenze solo in apparenza divergenti: da un lato l’apertura all’innovazione, dall’altro la custodia della persona. L’efficienza del risultato non può divenire il criterio unico dell’agire pubblico o privato, perché una società che persegua il bene sacrificando l’interiorità della libertà rischia di ottenere conformità senza coscienza.