Guardare di nuovo alla Russia come fornitore. L’invito arriva dall’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, durante il suo intervento alla Scuola di formazione della Lega, ospitata a Palazzo Rospigliosi a Roma. In linea con le soluzioni paventate dal Carroccio.
Il punto di partenza del suo ragionamento riguarda la Russia e il futuro del gas naturale liquefatto. Descalzi ha infatti chiesto di sospendere il bando europeo previsto dal 2027 sul GNL russo, sostenendo che in una fase così instabile ridurre ulteriormente le fonti disponibili potrebbe aumentare i rischi per il sistema energetico europeo. Nello stesso intervento ha proposto anche una revisione del sistema ETS, la tassa sulle emissioni che grava sull’industria energivora, ritenuta troppo pesante se sommata agli attuali costi dell’energia.
Il nodo politico: energia, industria e scelte europee
Descalzi non propone un ritorno al passato, ma una fase di sospensione e riequilibrio delle regole europee. L’obiettivo dichiarato è evitare che il settore industriale europeo, già sotto pressione, perda competitività a causa di una combinazione di prezzi elevati e vincoli normativi rigidi.
Il messaggio si intreccia con il dibattito politico italiano, dove esponenti come Matteo Salvini insistono sulla necessità di maggiore flessibilità rispetto alle regole economiche e fiscali europee. Il tema di fondo è lo stesso: la capacità dell’Europa di adattare le proprie politiche a una fase considerata straordinaria.
“Sospendiamo un attimo di darci martellate in testa? Riprendiamo dopo, quando abbiamo l’elmetto! Però per il momento, non continuiamo a farci buchi in testa. Però l’Europa dice no, tanto la testa è vostra”, ha dichiarato Descalzi.
Hormuz e il nuovo rischio energetico globale
Accanto al tema russo, il numero uno di Eni ha posto grande attenzione allo scenario dello Stretto di Hormuz, indicato come uno dei punti più critici per la stabilità energetica mondiale. Il manager ha definito l’attuale fase come una delle più delicate degli ultimi quarant’anni, sottolineando come le tensioni nell’area abbiano un impatto diretto sui flussi globali di petrolio e gas.
Il punto centrale non riguarda soltanto il prezzo del petrolio, ma la sua disponibilità fisica. In altre parole, non è il valore del barile a creare il problema principale, ma la capacità reale di far arrivare le forniture sui mercati.
“La tregua sappiamo che non è mai esistita”, ha poi spiegato Descalzi. “Dobbiamo mettere le cose in prospettiva. Quanto accade nel Golfo di Hormuz è probabilmente l’evento più importante negli ultimi 40 anni. Prima c’erano stati la Guerra del Golfo, la crisi finanziaria del 2008, la pandemia di Covid, la guerra in Ucraina, tutti eventi che avevano fatto cadere la domanda. Il mercato fisico del petrolio in Asia è a 150 dollari al barile, quello cartaceo atlantico è a 110. E quindi se c’è un cargo che parte dall’Africa o da qualsiasi altra parte dove va? La questione in questo momento non sono i prezzi, sono i volumi che servono. L’Europa consuma circa 60 milioni di tonnellate di jet fuel, ne importa il 35%, perché negli ultimi 18 anni sono state chiuse 36 raffinerie perché si è detto che il petrolio e il gas non servono. Tutto quello che sta accadendo ci porta a dire che non c’è più capacità di raffinazione in Europa. O hai la capacità di produrre quel che ti serve o altrimenti rischi: sul jet fuel come sul gasolio”.
Raffinazione in calo e dipendenza europea
Un passaggio chiave dell’analisi riguarda la struttura industriale europea. Negli ultimi vent’anni, la capacità di raffinazione del continente si è ridotta in modo significativo, con la chiusura di numerosi impianti.
Questo ha prodotto un effetto diretto: l’Europa oggi importa una quota rilevante di carburanti già raffinati, in particolare il jet fuel, fondamentale per il trasporto aereo. Il problema quindi non è solo il greggio, ma la capacità industriale di trasformarlo in prodotti finiti utilizzabili.