Per la prima volta, grazie al progetto made in Italy Interceptor, i medici possono stimare con un anticipo di circa tre anni quali persone con decadimento cognitivo lieve (MCI) sono a rischio di sviluppare la demenza di Alzheimer.
Fino a oggi chi riceveva una diagnosi di MCI non poteva sapere con precisione se e quando il disturbo avrebbe potuto evolvere in una forma di demenza conclamata. Ora, grazie a uno strumento predittivo sviluppato da centinaia di ricercatori italiani tra il 2016 e il 2025, questa possibilità è diventata concreta.
Il cervello tra fisiologia e patologia
Il cervello invecchia come qualsiasi altro organo: a partire dai 50-60 anni alcune capacità cognitive iniziano naturalmente a calare. Tra questo declino fisiologico e la comparsa di demenze conclamate c’è una zona intermedia, chiamata Mild Cognitive Impairment (MCI). In Italia, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, quasi un milione di persone presenta MCI, e ogni anno emergono circa 100.000 nuovi casi di demenza. Ricevere una diagnosi di MCI comporta un rischio aumentato di sviluppare Alzheimer, con circa il 30% di progressioni nei primi tre-cinque anni.

Questa “zona grigia” rappresenta una fase critica: metà delle persone con MCI progredisce verso la demenza entro pochi anni, mentre l’altra metà mantiene una piena autonomia o sviluppa forme lievi più tardive. Per medici e Servizio Sanitario Nazionale è fondamentale identificare, tra l’ampia popolazione con MCI, chi è più a rischio nel breve termine, così da intervenire con strategie mirate per ridurre i fattori di rischio modificabili.
Il progetto Interceptor e i dati italiani
Interceptor ha preso in considerazione oltre 350 soggetti con MCI, seguiti per tre anni in 19 centri distribuiti su tutto il territorio nazionale. Coordinato dal prof. Paolo Maria Rossini dell’IRCCS San Raffaele Roma, il progetto ha coinvolto istituti di eccellenza come l’Istituto Superiore di Sanità, il Policlinico Gemelli IRCCS, l’IRCCS Istituto Neurologico Besta, l’IRCCS San Raffaele di Milano e l’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia, con il supporto dell’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer (AIMA).
Durante il follow-up, quasi il 30% dei partecipanti ha sviluppato qualche forma di demenza e oltre il 22% ha soddisfatto i criteri per la diagnosi di Alzheimer, con il picco di progressione nel secondo anno.
Biomarcatori e test clinici: la chiave della previsione
I dati raccolti hanno permesso di costruire un modello predittivo. Inizialmente basato su età, sesso, familiarità per demenza e autonomia funzionale, il modello è stato poi arricchito con test neuropsicologici e biomarcatori biologici e strumentali: rapporto beta-amiloide/proteina tau, volumetria dell’ippocampo tramite risonanza magnetica, flusso sanguigno e consumo energetico cerebrale tramite PET-FDG, connettività cerebrale da elettroencefalografia e fattori genetici come il genotipo ApoE.
Il modello basato solo sui dati clinici ha raggiunto un’accuratezza del 72%, salita oltre l’82% con l’inclusione dei biomarcatori, dimostrando che l’integrazione di più informazioni migliora la stima del rischio individuale.
L’esito più concreto del progetto è un nomogramma predittivo, che consente di calcolare il rischio di progressione entro tre anni e di classificare le persone con MCI in categorie di rischio basso, intermedio o alto. Lo strumento è progettato per la pratica clinica quotidiana e per la sanità pubblica, guidando interventi mirati sia farmacologici sia legati allo stile di vita.
Un passo avanti per la sanità pubblica
Interceptor rappresenta un passo decisivo verso una gestione personalizzata delle malattie neurodegenerative, ottimizzando le risorse sanitarie e guidando scelte terapeutiche mirate. Lo strumento può anche supportare la selezione di candidati per nuovi farmaci, evitando disparità tra chi può permettersi terapie costose e chi dipende dal SSN.
Dati preziosi per la ricerca globale
La mole di informazioni raccolte costituisce una risorsa preziosa per la comunità scientifica nazionale e internazionale, accelerando la lotta contro l’Alzheimer e fornendo una base solida per future scoperte e interventi. Grazie a Interceptor, oggi è possibile guardare tre anni avanti e intervenire con maggiore precisione, aprendo la strada a trattamenti precoci ed efficaci.