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Guerra, i dem Usa contro la tregua: “Trump uno squilibrato. Ha lasciato Hormuz all’Iran”

In base alla tregua, Teheran dividerà i proventi dello stretto con l'Oman

Guerra, i dem Usa contro la tregua: “Trump uno squilibrato. Ha lasciato Hormuz all’Iran”

La questione dello Stretto di Hormuz e della gestione dei proventi derivanti dal transito navale commerciale è al centro di una nuova tempesta politica negli Stati Uniti. Il piano negoziato per una tregua di due settimane tra Stati Uniti, Iran e Israele prevede, per la prima volta, che Teheran e l’Oman possano riscuotere pedaggi dalle navi che attraversano lo stretto, una misura destinata a sostenere la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dal conflitto.

Ma mentre la diplomazia cerca un compromesso, il dibattito interno americano si è infiammato: i Democratici accusano Donald Trump di comportamenti “squilibrati” e di lanciare minacce belliche pericolose. Le sue dichiarazioni, piene di insulti e inviti aggressivi contro l’Iran, hanno provocato reazioni bipartisan.

Chuck Schumer, leader democratico al Senato, ha commentato: “Sta delirando come un folle squilibrato”, mentre il senatore Chris Murphy ha aggiunto: “E’ una follia totale. Se fossi nel governo Trump chiamerei gli avvocati costituzionalisti sul 25° emendamento”.

Guerra, i dem Usa contro la tregua: "Trump ha lasciato Hormuz all'Iran"
Chuck Schumer

La tregua controversa

Tradizionalmente, lo Stretto di Hormuz è considerato una via navigabile internazionale libera da pedaggi. Secondo fonti regionali, il nuovo accordo rappresenterebbe una svolta significativa: i proventi raccolti dall’Iran dovrebbero essere destinati alla ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dal conflitto, mentre resta incerta la gestione dei fondi spettanti all’Oman. Analisti di diritto marittimo sottolineano che l’accordo potrebbe includere anche un meccanismo di cooperazione tra i due Stati per regolamentare il traffico navale, vista la complessità delle acque territoriali condivise.

Il piano di tregua, mediato da interlocutori internazionali, ha portato gli Stati Uniti a sospendere temporaneamente le minacce di attacco su vaste aree dell’Iran. Tuttavia, il piano rimane fragile: non tutte le parti coinvolte hanno espresso consenso unanime e persistono tensioni sul terreno, lasciando dubbi sulla possibilità di un accordo duraturo.

Le giravolte di Trump e la rivolta dei repubblicani

Negli ultimi giorni, Trump ha lanciato messaggi aggressivi e provocatori, arrivando a minacciare di “annientare una civiltà”.

Le reazioni sono state immediate e trasversali: “Parte della leadership è l’autocontrollo”, ha sottolineato il deputato repubblicano Don Bacon. Marjorie Taylor Greene, ex alleata di Trump, è stata ancora più dura:

“Ha perso la testa e tutti coloro che sono nell’amministrazione sono complici. Dovrebbero implorare il perdono di Dio”.

Trump ha cercato di minimizzare il suo linguaggio:

“L’ho fatto per chiarire il punto”, ha detto, respingendo anche le accuse su possibili crimini di guerra. “Consentire all’Iran di avere l’arma nucleare è un crimine di guerra”, ha aggiunto, senza riuscire a placare le critiche.

I rischi

Esperti legali e centinaia di avvocati hanno evidenziato come le dichiarazioni del presidente possano esporre i soldati americani a rischi concreti. Alcuni Democratici hanno addirittura consigliato alle truppe di contravvenire agli ordini nel caso Trump decidesse un’escalation, come un attacco alle centrali elettriche iraniane. Secondo gli esperti, un raid simile costituirebbe un crimine di guerra e violerebbe la Carta delle Nazioni Unite.

Durante il primo mandato di Trump, quando minacciò di distruggere 52 siti culturali iraniani, l’allora segretario alla Difesa Mark Esper definì l’attacco come un possibile crimine di guerra e assicurò che il Dipartimento della Difesa non avrebbe colpito. Ora alla guida del Pentagono c’è Pete Hegseth, la cui retorica è simile a quella del presidente, anche se con riferimenti più religiosi, aumentando i rischi di decisioni impulsive.

Pedaggio con l’Oman

Un elemento centrale della tregua riguarda la gestione economica dello Stretto di Hormuz. L’accordo prevede che Iran e Oman possano riscuotere pedaggi dalle navi in transito, una pratica finora mai applicata in questa zona strategica. L’Iran ha dichiarato che i fondi raccolti saranno destinati alla ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dal conflitto, mentre per l’Oman resta da definire come verranno utilizzati i proventi.

Secondo gli analisti, la misura rappresenta un compromesso delicato: permette di formalizzare una cooperazione tra i due Stati costieri nella gestione del traffico marittimo e di garantire una fonte di entrate che potrebbe incentivare la stabilità locale. Allo stesso tempo, introduce un precedente significativo, modificando lo status tradizionale dello stretto come via navigabile internazionale libera e aggiungendo complessità alle normative del diritto marittimo.