Un risultato elettorale che brucia. Dentro Forza Italia il clima si è fatto improvvisamente più teso e, tra correnti e malumori, prende forma una possibile resa dei conti ai piani alti del partito.
Referendum, scossoni anche in FI
Il dato che più pesa è quello emerso dalle urne del referendum sulla giustizia. Una fetta significativa dell’elettorato azzurro, il 18%, ha scelto di non seguire la linea ufficiale. Un segnale che molti, tra i dirigenti, leggono come un campanello d’allarme.
Durante un recente incontro con il segretario Antonio Tajani, il confronto sarebbe stato piuttosto acceso. Alcuni esponenti avrebbero criticato l’approccio considerato troppo tradizionale, basato su congressi e dinamiche interne, invece che su temi concreti come tasse e costo della vita.

La mossa di Lotito e il fronte anti-Gasparri
In questo clima si inserisce l’iniziativa del presidente della Lazio, Claudio Lotito, che – c’è chi ipotizza “influenzato” dalla famiglia Berlusconi – ha avviato una raccolta firme tra i senatori.

L’obiettivo della raccolta è chiedere la sostituzione dell’attuale capogruppo Maurizio Gasparri. Un’operazione maturata dopo giorni di trattative lontane dai riflettori e che punterebbe a portare alla guida del gruppo Stefania Craxi. Secondo diverse ricostruzioni, l’iniziativa troverebbe sponde anche ai piani alti, con un orientamento favorevole al rinnovamento.

Tra i primi ad aderire alla raccolta firme ci sarebbero anche figure di primo piano come Elisabetta Casellati e Paolo Zangrillo.
Il clima, secondo fonti parlamentari, è quello di un vero e proprio scontro interno: da una parte i fedelissimi dell’attuale gruppo dirigente, dall’altra chi spinge per un cambio di passo.
Il ruolo della famiglia Berlusconi
Sul fondo resta la posizione della famiglia del fondatore Silvio Berlusconi. In particolare Marina Berlusconi avrebbe seguito da vicino la campagna referendaria, mostrando da tempo l’esigenza di rinnovare il partito.

Dopo il voto, nessuna dichiarazione ufficiale, ma nelle conversazioni private sarebbe emersa delusione per l’esito della consultazione. Non tanto per attribuire colpe, quanto per un’occasione mancata su una riforma simbolica.
Allo stesso tempo, non ci sarebbe l’intenzione di aprire un processo interno: l’impegno di Tajani viene riconosciuto, ma resta la richiesta implicita di cambiare marcia.
Leadership in discussione e futuro del partito
Oltre al destino del capogruppo, sullo sfondo si apre una riflessione più ampia sulla guida del partito. Il risultato referendario viene visto da alcuni come un cartellino giallo.
“È evidente che qualcosa non ha funzionato”, ammette un esponente storico, sottolineando la necessità di rivedere strategia e comunicazione, soprattutto per recuperare il consenso tra i più giovani.
Tajani, dal canto suo, prova a tenere la linea: “La riforma della giustizia resta centrale, non smetteremo di occuparcene”.
Ma intanto, tra gli azzurri, il dibattito è aperto e il rischio di nuove scosse interne appare tutt’altro che superato.