Le tensioni restano altissime e il conflitto continua a muoversi su più fronti tra raid mirati e dichiarazioni contrastanti sul piano diplomatico. Sul terreno si combatte, mentre dietro le quinte si moltiplicano i tentativi – ancora estremamente fragili – di avviare un dialogo.
Iran, nella notte attacchi di Usa e Israele
Nelle ultime ore gli Stati Uniti hanno colpito l’isola iraniana di Kharg, snodo cruciale per l’export energetico del Paese. Gli attacchi si sono concentrati su strutture militari, evitando però i terminal petroliferi, fondamentali per un’economia già sotto forte pressione.
L’isola di Kharg
Parallelamente, Israele ha parlato apertamente di operazioni su vasta scala, rivendicando una serie di interventi contro infrastrutture considerate legate al sistema di sicurezza iraniano. Un’escalation che conferma come il conflitto stia assumendo dimensioni sempre più ampie.
La risposta iraniana e gli attacchi nella regione
Teheran, ovviamente, non è rimasta a guardare. La Guardia Rivoluzionaria ha dichiarato di aver lanciato nuove ondate di missili e droni contro Israele e alcune basi militari nella regione del Golfo.
Secondo quanto riferito dall’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, nella 79esima ondata di bombardamenti sarebbero stati colpiti anche obiettivi fuori dai confini israeliani: nel mirino la base di Al Azraq in Giordania, quella di Sheikh Isa in Bahrein e le installazioni militari di Ali al Salem e Arifjan in Kuwait.
Ad Abu Dhabi due persone hanno perso la vita a causa dei detriti di un missile intercettato, mentre in Israele diverse persone sono rimaste ferite dopo l’impatto di submunizioni. Sirene d’allarme attive in più aree, inclusa Gerusalemme, segnalano una pressione costante sulla difesa aerea israeliana.
Teheran ha anche dichiarato un attacco a un velivolo statunitense. Washington, però, ha smentito alcune delle rivendicazioni più rilevanti, come il presunto abbattimento di un jet americano.
Teheran: “Nessun negoziato con gli Usa, solo contatti”
Sul piano politico, lo scontro si gioca anche sul significato delle parole. Da Washington si insiste sul fatto che gli accordi con Teheran siano “in corso e produttivi”.
Dall’altra parte, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha tagliato corto: “Scambiarsi messaggi non significa negoziare”.
Seyed Abbas Araghchi
Una distinzione netta, ribadita anche da fonti iraniane. Negli ultimi giorni ci sarebbero stati contatti indiretti, avviati dagli Stati Uniti, ma “nulla che possa essere definito un vero negoziato”.
Messaggi, avvertimenti, posizioni reciproche ma nessun tavolo ufficiale.
Il piano di pace Trump in 15 punti
Nel frattempo, l’amministrazione guidata da Donald Trump articola un piano di pace in 15 punti.
Donald Trump
Il cuore del piano è lo stop immediato al programma di arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, accompagnato dallo smantellamento di alcune infrastrutture considerate sensibili.
In cambio, Washington sarebbe pronta ad alleggerire le sanzioni economiche e a sostenere lo sviluppo del nucleare civile iraniano. Il progetto prevede inoltre una tregua iniziale di 30 giorni, pensata per creare lo spazio necessario a negoziare un accordo più ampio e duraturo.
Le cinque condizioni poste da Teheran
Di tutt’altro tenore la risposta iraniana. Teheran respinge, infatti, l’impianto della proposta, giudicata eccessiva e riduce a cinque i punti ritenuti imprescindibili per qualsiasi intesa.
In cima alla lista c’è la cessazione totale degli attacchi e delle operazioni mirate, seguita dalla richiesta di garanzie concrete che impediscano una ripresa delle ostilità.
Teheran pretende inoltre la fine delle azioni militari su tutti i fronti, inclusi gli attacchi contro i gruppi alleati nella regione, il pagamento dei danni di guerra e il riconoscimento del proprio controllo sullo Stretto di Hormuz.
Una posizione netta, accompagnata da un messaggio altrettanto chiaro: la Repubblica islamica non accetterà condizioni imposte e deciderà autonomamente tempi e modalità della fine del conflitto.
Diplomazia fragile e spiragli ancora incerti
Nonostante le smentite ufficiali, i canali diplomatici restano aperti, seppur indiretti. Paesi come Oman, Qatar ed Egitto stanno cercando di mediare, mentre il Pakistan potrebbe ospitare eventuali colloqui nei prossimi giorni.