Il Regno Unito (in particolare la regione del Kent) si trova a fare i conti con una emergenza sanitaria fra i giovani, che, seppur molto diversa per natura e diffusione, richiama alla mente i primi mesi della pandemia di Covid-19 quando il tracciamento e il contenimento erano le priorità assolute.
Nell’ultima settimana, il numero di casi di sospetta meningite acuta censiti nel sud dell’Inghilterra è salito da 20 a 27, con 15 contagi confermati e 12 ancora sotto esame, secondo quanto reso noto dalla UK Health Security Agency (UKHSA). La malattia ha già causato due decessi, uno studente universitario di 21 anni e una studentessa di 18, e continua a suscitare preoccupazione per il suo potenziale di diffusione nei contatti ravvicinati.
L’epidemia ha colpito gli esperti per la dinamica che ha consentito di raggiungere dimensioni così ampie, per quello che è stato definito il focolaio a più rapida crescita mai visto.
“Ciò che è particolarmente inaspettato in questo caso è l’elevato numero di casi, tutti originati da quello che sembra essere un singolo evento – ha osservato a ‘Bbc Breakfast’ Robin May, responsabile scientifico dell’Ukhsa – Ci sono due possibili ragioni per questo. Una possibilità è che dipenda dai comportamenti individuali. L’altra è che i batteri stessi si siano evoluti per essere più efficaci nella trasmissione“.
Motivo per il quale sono in atto dei sequenziamenti in laboratorio, per approfondire la natura del batterio in questione. Un comportamento, ancora da verificare, ma a cui l’esperienza della pandemia del 2020 ci aveva già abituato.
Il focolaio di meningite nel Kent
Il focolaio, localizzato principalmente tra le università e le scuole della contea del Kent, è causato dal batterio meningococco B (MenB).

Una persona con sintomi compatibili è stata ricoverata a Londra, ma proveniva dal Kent, confermando come il focolaio si stia concentrando in quella regione.
Il ministro della Sanità britannico, Wes Streeting, ha spiegato che, contrariamente a quanto alcuni media riportano, la situazione non è trattata come emergenza nazionale ma è gestita su scala nazionale con protocolli mirati:
“Stiamo seguendo una risposta coordinata, senza creare allarmismo, con controlli e profilassi mirata per chi è a rischio”, ha dichiarato.
Intanto, studenti e residenti hanno iniziato a ricevere antibiotici precauzionali e si è avviata una campagna di vaccinazione mirata a circa 5.000 giovani del Kent. Finora, secondo l’agenzia sanitaria, sono già state distribuite 2.500 dosi di antibiotici in via precauzionale, mentre oltre 30.000 persone sono state invitate a sottoporsi a controlli preventivi.
Nonostante il ministro della Sanità non abbia disposto la chiusura formale degli atenei, le immagini dei campus mostrano strutture ormai quasi deserte, con molti studenti che hanno scelto di anticipare il rientro a casa per le vacanze di Pasqua. Anche oltremanica si segue la situazione con apprensione: le autorità francesi hanno confermato il ricovero di una persona con legami al focolaio del Kent, attualmente in condizioni stabili.
Analoghe sfide: giovani, contatti ravvicinati e comunicazione
All’inizio della pandemia, le università e i luoghi di aggregazione giovanile furono tra i principali focolai di diffusione, con studenti spesso inconsapevoli del rischio. Oggi, la meningite MenB sfrutta dinamiche simili: contatti ravvicinati nei club, nelle aule e nei dormitori favoriscono la trasmissione.
Il premier Keir Starmer ha lanciato un appello diretto:
“Tutti coloro che hanno frequentato la discoteca di Canterbury tra il 5 e il 7 marzo devono farsi avanti per ricevere antibiotici”.

La malattia e il rischio reale
La meningite è un’infiammazione delle meningi, le membrane che proteggono cervello e midollo spinale. La forma batterica, seppur rara, può essere molto grave e anche fatale. Il contagio avviene tramite contatto ravvicinato, con goccioline di saliva disperse parlando, tossendo o starnutendo, una modalità più limitata rispetto a virus respiratori come SARS-CoV-2.
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) valuta il rischio di malattia meningococcica invasiva collegata all’epidemia nel Kent come “molto basso” per la popolazione generale dell’Unione Europea. Solo i contatti stretti dei casi devono seguire protocolli specifici di profilassi e vaccinazione. Una gestione simile, seppur più mirata, a quella applicata durante i primi mesi di Covid-19, dove il tracciamento dei contatti era fondamentale per contenere l’espansione.
Virulenza e trasmissibilità
Un elemento importante da chiarire riguarda la virulenza del batterio rispetto alla trasmissibilità, concetti spesso confusi nel dibattito pubblico. La meningite MenB, responsabile dei casi nel Kent, ha alta virulenza, cioè può provocare forme gravi e persino fatali nei soggetti colpiti, ma la sua trasmissibilità è limitata, richiedendo un contatto stretto e prolungato per diffondersi.
Il parallelismo con il Covid-19 è utile per comprendere meglio la situazione: nelle prime fasi della pandemia, il virus mostrava sia alta virulenza sia elevata trasmissibilità, rendendo la gestione della crisi sanitaria molto più complessa. Con il tempo, grazie a vaccini, misure sanitarie e adattamenti naturali del virus, la sua virulenza media si è ridotta, pur rimanendo trasmissibile.
Nel caso della meningite MenB responsabile del focolaio britannico saranno fondamentali i responsi del laboratorio, che sapranno dire se il batterio si diventato “più performante” nella trasmissione.