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Netanyahu: “Sospesi attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Iran su richiesta di Trump”

Anche il Consiglio Europeo chiede una moratoria degli attacchi contro raffinerie, giacimenti e impianti idrici per evitare un collasso economico globale

Netanyahu: “Sospesi attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Iran su richiesta di Trump”

Le tensioni in Medio Oriente tornano a salire dopo gli attacchi israeliani alle infrastrutture energetiche iraniane. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato di aver chiesto al premier israeliano Benjamin Netanyahu di fermare i raid contro gas e petrolio in Iran, nel tentativo di evitare un’escalation militare e una crisi energetica globale. E il premier israeliano ha acconsentito alla richiesta del tycoon.

Trump: “Gli ho detto di non farlo”

Parlando alla Casa Bianca accanto alla premier giapponese Sanae Takaichi, Trump ha confermato di aver espresso chiaramente la sua posizione a Netanyahu:

“Gli ho detto di non farlo”.

Il presidente ha ribadito che, nonostante i rapporti tra Stati Uniti e Israele restino solidi, i due Paesi mantengono strategie diverse, soprattutto sul dossier iraniano.

Attacco al giacimento South Pars e smentite USA

Al centro della crisi c’è il giacimento di gas di South Pars, uno dei più importanti al mondo. Israele ha confermato di aver agito autonomamente, smentendo qualsiasi coordinamento preventivo con Washington.

Trump ha rafforzato questa versione, dichiarando che gli Stati Uniti non erano stati informati dell’operazione e che nemmeno il Qatar era a conoscenza dell’attacco.

Netanyahu ha inoltre respinto le accuse secondo cui Israele avrebbe trascinato gli Stati Uniti nel conflitto, definendole una “bufala”.

Il nodo energetico: petrolio, gas e mercati globali

La posizione di Trump è fortemente influenzata dal rischio economico. Attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane potrebbero causare:

  • aumento dei prezzi del petrolio
  • instabilità nei mercati finanziari
  • crisi energetica globale

Particolarmente sensibile è lo Stretto di Hormuz, passaggio chiave per il commercio mondiale di petrolio. Un eventuale blocco o attacco potrebbe avere conseguenze devastanti sull’economia internazionale.

Per contenere i prezzi, l’amministrazione USA starebbe valutando anche misure straordinarie, come un allentamento delle sanzioni sul petrolio iraniano già in transito.

Anche il Consiglio Europeo – come ha sottolineato Giorgia Meloni in un punto stampa al termine della riunione di giovedì 19 marzo 2026 – ha chiesto una moratoria degli attacchi contro raffinerie, giacimenti e impianti idrici per evitare un collasso economico globale

Minacce e deterrenza: la linea dura di Trump

Nonostante l’invito alla moderazione, Trump ha lanciato un avvertimento durissimo:

“Se l’Iran dovesse attaccare il Qatar, gli Stati Uniti potrebbero colpire direttamente l’intero giacimento di South Pars, anche senza il consenso israeliano”.

Una dichiarazione che evidenzia la strategia americana: evitare escalation dirette, ma mantenere una forte capacità di deterrenza.

Truppe USA: tra smentite e ipotesi

Trump ha escluso ufficialmente l’invio di truppe:

“Non stiamo dispiegando soldati da nessuna parte. Se lo facessi, non lo direi”.

Tuttavia, secondo indiscrezioni:

  • circa 5.000 marines sarebbero diretti in Medio Oriente
  • si valuta il dispiegamento su Isola di Kharg
  • possibili operazioni lungo le coste iraniane per garantire la sicurezza marittima

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha lasciato intendere un interesse strategico per Kharg, nodo cruciale per l’export petrolifero iraniano.

Il costo della guerra: 200 miliardi dal Congresso

Sul fronte interno, la Casa Bianca e il Pentagono starebbero preparando una richiesta al Congresso da circa 200 miliardi di dollari per finanziare le operazioni militari.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato:

“Servono soldi per uccidere i cattivi”.

Pete Hegseth

Trump ha definito la cifra “un piccolo prezzo da pagare”, ma il tema resta politicamente sensibile, soprattutto in vista delle elezioni.

Exit strategy e pressioni internazionali

Trump insiste su una possibile rapida conclusione del conflitto, sostenendo che gli Stati Uniti siano “in anticipo sulla tabella di marcia”. Tuttavia, emergono segnali di difficoltà nel definire una vera exit strategy.

Nel frattempo, arrivano critiche anche da altri Paesi della regione: l’Oman ha accusato Washington di essere stata trascinata nel conflitto da Israele, aumentando i timori di un’escalation incontrollata.

Equilibrio fragile

La crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran si gioca su un equilibrio fragile tra diplomazia, deterrenza militare e interessi energetici globali.

Le parole di Trump segnano un tentativo di contenere l’alleato israeliano e proteggere i mercati, ma le tensioni restano alte e il rischio di un allargamento del conflitto nel Golfo rimane concreto.