Un sognatore. Un provocatore. Un fine pensatore di rara intelligenza politica. Un finto rozzo.
Un uomo coraggioso, un genio, un uomo caratterizzato dalla passione, dalla fatica, dall’amore (per il nord ma anche per la sua famiglia, i suoi figli), per la “rivoluzione”, per le radici, per la libertà.
Quasi la reincarnazione del demonio nel periodo della sua massima ribalta quando l’Italia tremava sotto i venti della Secessione, un “amico” ben voluto da tutti decritto ora nei momenti immediatamente successivi alla morte.
Era questo e molto altro Umberto Bossi. Non basterebbero pagine e pagine per raccontarlo.
Eppure, pur senza i mezzi mediatici di oggi (il web, i social network) molte sue uscite, esternazioni, proclami sono entrati nella storia del nostro Paese, diventando parte integrante dell’immaginario collettivo di gran parte degli italiani, non solo quelli della “questione del Nord”.
Bossi, tutto il repertorio di un sognatore che ha fatto la storia
In principio era la sacra ampolla delle acque del Po, poi quasi in contemporanea la figura leggendaria del guerriero di Alberto da Giussano, poi sempre a stretto giro di posta il “pratone” di Pontina.
In principio era la Lega Lombarda. Più precisamente Lega Lombarda per la secessione della Padania.
Poi, un po’ più democraticamente, Lega Nord per l’indipendenza della Padania.
E in quel momento all’apice della politica le provazioni gli venivano naturali, perché proprio su indipendenza e secessione diceva che era tutto già scritto nel nome del nostro Paese, I…talia…che lui esasperava ancor di più nei suoi comizi con I…taglia.
Del resto erano gli anni dei cori quasi da stadio (e in effetti negli stadi del Nord vennero cantati), “Dal Po in giù l’Italia non c’è più” o “Roma ladrona, la Lega non perdona”.
Inutile girarci attorno, Umberto Bossi è stato, nel bene e nel male, uno dei personaggi più riconoscibili e teatrali della politica italiana.
Non solo per le idee – che hanno segnato profondamente la storia recente del Paese – ma per uno stile comunicativo che ha trasformato ogni comizio, ogni intervista, ogni apparizione televisiva in un piccolo evento destinato a restare nella memoria collettiva.
La sacra ampolla delle acque del Po, la canottiera bianca, il fazzoletto verde
Difficile raccontarlo senza partire da un’immagine: la canottiera bianca, il fazzoletto verde al collo, la voce roca e quel modo ruvido di stare sul palco, più da capopopolo che da politico istituzionale. Umberto Bossi non costruiva discorsi: li scagliava.
E forse proprio per questo è diventato un simbolo. Il quasi naturale capitolo successivo di “Italia-I…taglia”, fu in una scena tra le più surreali – e perfette per capire il personaggio.
Andò in onda nello studio di Bruno Vespa in una puntata di Porta a Porta.
Durante la trasmissione, il cantante Mino Reitano intonava con enfasi patriottica Italia, Italia…., un successone clamoroso di qualche giorno prima a Sanremo.
E Bossi, intonava il controcanto: “Padania”.
In un’epoca in cui non c’erano tutti i talk show di politica come oggi praticamente tutti i giorni a tutte le ore, il salotto di Vespa ritornerà “prepotente” in molte altre “sparate” del senatur.
Dalle sezioni del PCI alla secessione
Forse Meno noto al grande pubblico è che il giovane Bossi aveva avuto un passaggio nelle file del Partito Comunista Italiano.
Come del resto il suo “delfino” (e poi per molti, “voltagabbana”) Matteo Salvini che ha avuto una militanza nei “Giovani comunisti padani”.

Un’esperienza in realtà breve quella di Bossi, ma significativa: racconta di un percorso tutt’altro che lineare, che lo porterà poi a incarnare una delle spinte più anti-centraliste e identitarie della politica italiana.
Il “celodurismo”, “mai mulà”, le battaglie della Lega
Tra guerrieri celtici, rievocazioni di battaglie medievali, il simbolo di Alberto da Giussano, c’è poi uno slogan che ha segnato un’epoca, sintetizzato da quel “celodurismo” che è stato per anni un’identificazione leghista.
Perché un giorno dal palco di un comizio, “sfidando” alleati, avversari, il potere centrale di “Roma ladrona”, Bossi gridò nel 1996:
“…ma La Lega Nord ce l’ha duro, duro, duro!!!”

Il cosiddetto “celodurismo” diventò un marchio politico e comunicativo. Accompagnato negli anni seguenti dal “mai mulà” (“mai mollare”), dunque combattere, resistere, farsi valere.
Linguaggio diretto, spesso volutamente sopra le righe, capace di parlare a una pancia elettorale che non si riconosceva più nei codici paludati, imborghesiti, naif e aristocratici della politica tradizionale.
Il Dio Po, la liturgia Padana, il folklore e le invettive contro le massime Istituzioni
Bossi non costruì solo un partito, ma un modo di pensare immaginario, idealizzato, sognatore.
Va in questa direzione la simbologia legata al fiume Po, i riti sull’acqua, le ampolle (sbeffeggiate in modo irriverente anche da Checco Zalone in uno dei suoi film, come del resto Alberto da Giussano scambiato per un Power Ranger), i raduni di Pontid.
Una simbologia quasi religiosa che trasformava l’identità territoriale in qualcosa di epico.
Il tutto sulle note del Va’ Pensiero che per un certo periodo la Lega voleva addirittura sostituire all’Inno di Mameli.
Ecco perché in quel racconto, i militanti – leggendari quelli evocati da Bossi delle valli bergamasche – erano decritti come pronti a tutto, perfino con i fucili, in nome della secessione.
Un linguaggio che oscillava continuamente tra mito, provocazione e strategia politica.
Ma Bossi, all’apice del consenso e della popolarità politica, è stato anche un maestro dell’insulto politico, spesso al limite – e oltre – del consentito.
Celebre la frase sull’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro:
“Con una scoreggia gli faccio drizzare i capelli in testa”.
Un’espressione che suscitò scandalo, ma che contribuì a rafforzare la sua immagine di outsider irriducibile. Bossi tra l’altro con gli anni cambiò idea e in aperto contrasto con Berlusconi, su Scalfaro disse poi:
“Scalfaro è uno dei prodotti migliori del vecchio sistema, uno col rispetto per le regole nel Dna. Ringrazio Dio di aver messo un uomo di tale fatta sul nostro cammino”.
Non meno memorabile l’attacco a Ciriaco De Mita, liquidato sempre a Porta a Porta da Bruno Vespa con un brutale:
“Si attacchi al tram.”
Frasi che, decontestualizzate, sembrano puro folklore.
Ma nel loro tempo furono segnali di rottura: la fine del linguaggio democristiano (come sottolineato proprio oggi da Vittorio Feltri in un suo editoriale), l’inizio di una politica più aggressiva, più mediatica, più spettacolare.
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