Nel diciottesimo giorno della guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, un raid notturno israeliano ha colpito Teheran, causando la morte di Alì Larijani, l’uomo più potente del regime iraniano dopo la scomparsa dell’ayatollah Khamenei lo scorso 28 febbraio.
L’IDF ha confermato che nell’attacco è stato ucciso anche Gholamreza Soleimani, comandante delle forze paramilitari Basij, mentre il vice di Soleimani sarebbe rimasto vittima dello stesso raid.

Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha spiegato che l’eliminazione di questi alti comandanti rappresenta un colpo strategico contro le strutture di comando e controllo del regime iraniano. In una nota, l’esercito israeliano ha precisato:
“La sua eliminazione si aggiunge alle decine di alti comandanti delle forze armate del regime terroristico iraniano uccisi durante l’operazione e infligge un altro duro colpo alle strutture di comando e controllo della sicurezza del regime”.
Le forze Basij e la repressione interna
Le forze Basij, sotto il comando di Soleimani, hanno avuto un ruolo centrale nella repressione delle proteste interne in Iran, specialmente negli ultimi mesi, quando le manifestazioni contro il governo si sono intensificate. L’IDF ha sottolineato che le Basij hanno compiuto arresti di massa e violenze gravi contro civili, consolidando il controllo del regime attraverso la forza.
Questo raid non ha colpito solo le figure politiche di spicco, ma mira a indebolire l’apparato militare e paramilitare iraniano, compromettendo la capacità del regime di coordinare le proprie forze in una fase di conflitto internazionale.
Escalation regionale: Beirut, Baghdad e basi nel Golfo
L’attacco di Israele non si è limitato a Teheran e Libano. Nello stesso contesto bellico, Beirut è stata bombardata dagli aerei israeliani, mentre droni hanno colpito l’ambasciata americana a Baghdad, segnando un escalation su più fronti.
In risposta, l’Iran ha lanciato attacchi contro Israele e le sue basi nella regione. Le autorità iraniane hanno comunicato di aver preso di mira la base aerea americana di Isa, in Bahrein, e la base di al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, invitando i paesi del Golfo Persico a espellere le forze statunitensi dai loro territori per evitare ulteriori danni.
Arresti di presunti spie straniere
Nella stessa giornata, i Guardiani della Rivoluzione, noti come Pasdaran, hanno annunciato l’arresto di dieci presunti spie straniere, senza precisare la nazionalità. Secondo l’agenzia di stampa ISNA, quattro di questi arrestati avevano raccolto informazioni su siti sensibili e infrastrutture economiche, mentre gli altri sei erano collegati a un gruppo terroristico monarchico.
Questi arresti mostrano come, parallelamente all’offensiva militare esterna, il regime stia rafforzando la propria sicurezza interna, cercando di prevenire infiltrazioni e sabotaggi.
Alì Larijani: l’uomo forte del regime
Larijani ricopriva il ruolo di segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ed era considerato il vero leader di fatto del regime dopo la morte di Khamenei. Proveniente da una famiglia religiosa di spicco, con studi a Qom, era percepito più come figura politica che clericale. Per questa ragione, era tecnicamente ineleggibile alla successione della guida religiosa suprema.

Nei primi giorni di guerra, Larijani aveva assunto un ruolo di coordinatore della transizione del potere, supervisionando strategie militari e politiche. La sua influenza era evidente anche nella gestione delle proteste interne e nel mantenimento della stabilità del regime.
Sfida aperta agli Stati Uniti
Larijani, nei giorni precedenti l’attacco, aveva partecipato alla Giornata di Quds, manifestazione annuale in solidarietà con i palestinesi e contro l’occupazione israeliana di Gerusalemme. Nonostante le minacce e la taglia sulla sua testa, si era mostrato pubblicamente in piazza, insieme ad altri alti funzionari come il presidente Masoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Ejei e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
Durante la manifestazione, Larijani aveva sfidato direttamente gli Stati Uniti, scrivendo sui social:
“I nostri leader sono stati, e sono tuttora, tra la gente. Ma i vostri leader? Sull’isola di Epstein!”
In piazza, manifestanti iraniani hanno scandito slogan contro Donald Trump e Benyamin Netanyahu, calpestando i loro ritratti, mentre il regime mostrava unità e forza di fronte alla minaccia esterna.
Messaggi postumi e commemorazioni
Dopo la sua morte, sui canali social di Larijani è apparso un messaggio scritto a mano che rendeva omaggio ai caduti:
“Il martirio del valoroso personale navale dell’Esercito della Repubblica Islamica a Dena fa parte dei sacrifici di questa orgogliosa nazione, che si sono manifestati in questa era di lotta contro gli oppressori internazionali. Il loro ricordo rimarrà per sempre nel cuore della nazione iraniana”.
Questo messaggio sottolinea la narrazione ufficiale del regime, che definisce la resistenza e i sacrifici dei propri militari come parte della difesa della sovranità nazionale.
L’uccisione di Larijani e Soleimani rappresenta un colpo strategico per il regime iraniano, indebolendo la struttura militare e politica. Il vuoto di leadership potrebbe generare tensioni interne e difficoltà nel coordinamento delle forze durante la guerra, mentre le autorità dovranno gestire l’escalation internazionale e la pressione sui confini regionali.