Da mesi i cittadini iraniani vivono una situazione drammatica di profondo caos.
La capitale, le città e le zone rurali sono state invase dalla cittadinanza in rivolta, con migliaia di manifestanti che chiedono la fine del regime degli Ayatollah e il ritorno della dinastia dello Scià.
L’origine dei moti popolari è da individuare nella insanabile crisi economica che ha colpito lo Stato, concretizzatasi nel crollo del valore del riyal (40%), nell’aumento vertiginoso dell’inflazione (giunta al 42%) e nel conseguente insostenibile incremento del costo della vita, fattori che hanno spinto i commercianti di Teheran ad abbassare le saracinesche e a riversarsi per le strade.
La protesta, in poche ore, si è estesa a macchia d’olio con il coinvolgimento degli studenti e dei lavoratori, assumendo così anche la connotazione politica volta a ottenere la rivendicazione di diritti civili, l’allentamento dei divieti di matrice religiosa e il miglioramento delle condizioni di vita. La risposta del regime, tuttavia, è stata di assoluta chiusura, impartendo l’ordine ai militari di “rimettere a posto i manifestanti” e avvertendo i genitori di tenere a casa i propri figli, così da evitare inutili sofferenze alle famiglie.
Ciononostante, il popolo iraniano non si è lasciato intimidire e, divenuto incontenibile, è stato ridotto al silenzio, nella speranza che la mancanza di comunicazione locale e di informazioni inviate all’estero possano contribuire a sedare le proteste.
Invero, dall’8 gennaio l’Iran è senza elettricità, senza connessione Internet e quasi del tutto senza linee telefoniche.
Nei pochi video e immagini trapelati (di cui deve ancora essere confermata la veridicità), sono immortalate scene raccapriccianti, quali distese interminabili di sacchi per cadaveri, manifestanti torturati e riprese dei militari che aprono il fuoco sulla folla.
Tutto questo non riguarda la sola Repubblica Islamica, ma ha un peso rilevante nel già complesso scacchiere internazionale.
A riprova di ciò, gli Stati Uniti hanno immediatamente assunto una posizione favorevole ai manifestanti, auspicando la fine del regime teocratico, con espressa minaccia di ripercussioni militari nel caso in cui la cittadinanza venga bersagliata dalle forze dell’ordine o subisca ritorsioni. Non sono mancati incitamenti alla conquista delle Istituzioni statali, promettendo l’arrivo imminente di aiuti americani.
Del pari, il Primo Ministro israeliano ha espresso la speranza che la “tirannia degli Ayatollah” cessi definitivamente, aprendo alla possibilità di riallacciare le relazioni economiche con l’Iran nel caso in cui la rivoluzione produca i suoi frutti.
La Russia, invece, si è limitata a criticare le dichiarazioni statunitensi, minacciando a sua volta “conseguenze disastrose” nell’ipotesti di interventi militari U.S.A.
Negli ultimi sei anni l’Iran ha fronteggiato già due proteste che, con anticipazione dei tempi, erano state definite “rivoluzioni” pronte a porre fine al regime teocratico. Si ricorderanno i moti di piazza del 2020, conseguenti all’aumento del 150% del prezzo dei carburanti e, ben più intense ed estese, le proteste del 2022, che vennero innescate dal brutale omicidio di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia per aver indossato il velo in modo improprio. In entrambe le ribellioni, lo Stato iraniano reagì seguendo il medesimo copione: minacce espresse, blocco delle telecomunicazioni, giustizia sommaria contro i manifestanti e, infine, promesse di miglioramento dello standard di vita (puntualmente disattese secondo gli osservatori internazionali). In entrambi i casi, l’Ayatollah ha conservato il potere, servendosi di un apparato statale pronto a sopprimere la ribellione, per poi imbonire i manifestanti.
In più, sempre a guardare il contesto mondiale, le sanzioni internazionali applicate all’Iran per il programma nucleare hanno contribuito al collasso del sistema economico, di fatto fungendo da fiamma pilota della ribellione. A ciò si aggiunga che l’erede della dinastia Pahlavi (figlio dello Scià destituito) ha, negli ultimi tempi, più volte incitato il popolo iraniano a sottrarsi al giogo del potere religioso, al contempo ostentando le sue posizioni filoamericane e filoisraeliane. Infine, a oggi è impossibile stabilire se le proteste siano state alimentate (o, addirittura, manipolate) da influenze estere per realizzare l’ennesimo “regime change” della storia contemporanea e tale circostanza potrà appurarsi solo con lo scorrere del tempo.
Meritocrazia Italia si schiera a sostegno dell’autodeterminazione del popolo iraniano, chiamato, in ogni caso, a una scelta ardua che inciderà sulla sua qualità di vita e sui prossimi sviluppi geopolitici. Si auspica, in caso di modifica del sistema istituzionale, un passaggio di consegne privo di inutile violenza e dannose influenze estere. Si condanna fermamente la repressione delle proteste e si invoca con forza il pieno rispetto e la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali della cittadinanza iraniana, anche garantendo il libero accesso nel Paese alle Istituzioni internazionali impegnate su tali fronti.
Si invita, infine, la Comunità internazionale (e, in particolare, l’O.N.U. e l’Unione Europea) a favorire il ritorno della pace sociale e della stabilità in Iran anche mediante l’istituzione di un organismo di mediazione composto da Stati imparziali e il finanziamento di strumenti di assistenza umanitaria in favore della popolazione danneggiata dalle rivolte.