Nuovo appello alla pace di Papa Leone XIV per fermare la guerra in Medio Oriente. Al termine della preghiera dell’Angelus dalla finestra dello studio del Palazzo Apostolico, il Pontefice ha chiesto con forza un cessate il fuoco e la riapertura dei negoziati per mettere fine alla spirale di violenza che sta colpendo il Medio Oriente.
Il conflitto si è intensificato dallo scorso 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno avviato un attacco militare congiunto contro l’Iran.
Davanti a una Piazza San Pietro gremita nella quarta domenica di Quaresima, il Papa si è rivolto direttamente ai leader mondiali.
“A nome dei cristiani del Medio Oriente e di tutte le persone di buona volontà, mi rivolgo ai responsabili di questo conflitto: cessate il fuoco! Si riaprano percorsi di dialogo”, ha dichiarato.
Il dolore per le vittime civili della guerra
Nel suo intervento, il Pontefice ha espresso profonda sofferenza per le migliaia di civili colpiti dai bombardamenti.
“Da due settimane i popoli del Medio Oriente soffrono l’atroce violenza della guerra. Migliaia di persone innocenti sono state uccise e moltissime altre costrette ad abbandonare le proprie case“, ha affermato.
Il Papa ha ricordato in particolare gli attacchi contro strutture civili come scuole, ospedali e centri abitati, assicurando la propria vicinanza spirituale alle famiglie delle vittime.
“Rinnovo la mia vicinanza orante a tutti coloro che hanno perso i propri cari negli attacchi”.
“Dio non può essere arruolato dalle tenebre”
Nel pomeriggio, durante la messa celebrata nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo a Roma, Leone XIV ha affrontato anche il tema dell’uso della religione per giustificare la guerra.
“Qualcuno pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte”, ha denunciato il Pontefice. “Ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre. Egli è luce, speranza e pace”.
Secondo il Papa, la violenza non potrà mai portare alla stabilità e alla giustizia che i popoli attendono: l’unica strada possibile resta il dialogo.
La forte preoccupazione per la crisi in Libano
Un passaggio importante dell’appello è stato dedicato alla situazione del Libano, definita dal Papa motivo di “grande preoccupazione”.
Il Paese è infatti coinvolto negli scontri tra il movimento sciita Hezbollah e l’esercito israeliano (Idf), che secondo le stime avrebbero provocato circa mille morti e quasi un milione di sfollati interni.
Il Pontefice ha auspicato “cammini di dialogo” capaci di sostenere le autorità libanesi nell’affrontare la crisi.
“Auspico percorsi che possano aiutare il Paese a trovare soluzioni durature per il bene comune di tutti i libanesi”.
Israele pronto all’offensiva di terra
Parole che però si scontrano con la situazione sul campo. Israele potrebbe essere vicino a lanciare una vasta operazione militare terrestre in Libano con l’obiettivo di conquistare l’area a sud del fiume Litani e distruggere la struttura militare del movimento sciita Hezbollah.
Secondo fonti israeliane e americane citate dal sito Axios, si tratterebbe della più grande invasione del Libano dalla Guerra del Libano del 2006 e replicherebbe la strategia militare adottata da Tel Aviv dopo il 7 ottobre a Gaza.
La possibile offensiva coinvolgerebbe anche l’area in cui opera la missione di pace UNIFIL delle Nazioni Unite, guidata dall’Italia. Nelle ultime ore sono stati segnalati spari provenienti da milizie nell’area, ma senza conseguenze per i militari italiani.
L’obiettivo: creare una zona cuscinetto e colpire i depositi di armi
Secondo quanto filtra da ambienti israeliani, il piano militare punterebbe a prendere il controllo dell’area meridionale del Libano, spingere le milizie di Hezbollah verso nord e distruggere i depositi di armi nascosti nei villaggi.
La decisione sarebbe maturata dopo un forte attacco lanciato dall’organizzazione sciita contro il nord di Israele, con circa 200 razzi diretti verso la regione della Galilea.
“Faremo quello che abbiamo fatto a Gaza”, avrebbe dichiarato una fonte israeliana ad Axios, riferendosi alla strategia utilizzata nella Striscia: colpire sistematicamente edifici e strutture utilizzati per nascondere armi e infrastrutture militari.
Finora le incursioni dell’esercito israeliano erano rimaste limitate a pochi chilometri oltre la Linea Blu, con l’occupazione di meno di venti posizioni. L’eventuale nuova operazione segnerebbe quindi un salto di scala significativo.
Il sostegno degli Stati Uniti e il ruolo di Trump
Secondo Axios, l’operazione militare israeliana avrebbe il sostegno del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, favorevole anche all’ipotesi di negoziare con il Libano mentre il conflitto è ancora in corso.
Per Washington il dossier sarebbe seguito dall’inviato speciale Massad Boulos, mentre per Israele il negoziatore potrebbe essere Ron Dermer, stretto collaboratore del primo ministro Benjamin Netanyahu.
Nel frattempo, lungo il confine sono stati schierati centinaia di carri armati israeliani, tra cui i nuovi Merkava Mark V dotati di sistemi avanzati e tecnologie basate sull’intelligenza artificiale.
Diplomazia in movimento tra Stati Uniti, Francia e Libano
Mentre cresce il rischio di escalation, le diplomazie di Stati Uniti e Francia stanno lavorando per aprire un tavolo negoziale diretto tra Israele e Libano.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha invitato Israele ad accettare la disponibilità del governo libanese ad avviare colloqui diretti.
Macron ha dichiarato di aver parlato con il presidente libanese Joseph Aoun, con il primo ministro Nawaf Salam e con il presidente del Parlamento Nabih Berri.
“Bisogna fare tutto il possibile affinché il Libano non precipiti nel caos”, ha scritto il presidente francese.

Tuttavia il ministero degli Esteri francese ha precisato che non esiste un vero e proprio piano di pace francese, ma soltanto la disponibilità a facilitare eventuali colloqui tra le parti.
La proposta di accordo e i nodi della trattativa
Tra le ipotesi sul tavolo ci sarebbe una proposta avanzata dal presidente libanese Joseph Aoun basata su tre punti principali:
- riconoscimento ufficiale di Israele da parte del Libano
- disarmo di Hezbollah
- dispiegamento dell’esercito libanese a sud del fiume Litani.
In cambio, Israele ritirerebbe completamente le proprie truppe entro un mese.
Il piano non ha però convinto né il governo israeliano, diffidente sulla capacità di Beirut di disarmare Hezbollah, né parte della leadership sciita libanese.
Scontri e vittime nel sud del Libano
Intanto la situazione sul terreno continua a peggiorare. I raid dell’aviazione israeliana hanno colpito anche infrastrutture e ponti per interrompere le linee di rifornimento delle milizie.
In un attacco notturno nel villaggio di Burj Qalawiya sarebbero stati uccisi dodici operatori sanitari tra medici, paramedici e infermieri, mentre altre due persone sono morte in un altro villaggio della zona.
L’esercito israeliano ha accusato Hezbollah di utilizzare ambulanze e strutture mediche per scopi militari, una pratica che secondo Israele renderebbe legittimi gli attacchi.