E se dalla crisi in Medio Oriente a uscirne vincitore fosse…la Russia?
Non è una battuta, di sicuro più di una provocazione.
Anzi, con il passare dei giorni e delle ore, quasi una certezza (almeno nel breve periodo) per molti osservatori esperti di geopolitica internazionale e dinamiche economiche legate ai mercati mondiali e ai beni di approvvigionamento essenziali.
Perché il paradosso (ma forse neanche troppo tale) che sta emergendo sempre più prepotentemente in questa settimana è che la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sta producendo conseguenze economiche significative sui mercati globali del petrolio, ma tra i principali beneficiari c’è la Russia, da tempo messo (teoricamente) spalle al muro da quasi tutta l’opinione pubblica mondiale per l’invasione all’Ucraina.
Medio Oriente e crisi energetica, a Mosca si fregano le mani
Come accennato, il dato emerso è eloquente: secondo analisti ed esperti di settore, l’aumento dei prezzi del greggio, unito alla temporanea deroga alle sanzioni, sta incrementando il valore e il volume delle esportazioni russe.
Il conflitto ha generato timori di interruzioni nello Stretto di Hormuz, uno dei corridoi energetici più cruciali al mondo, facendo salire il prezzo del petrolio fino a superare i 100 dollari al barile.
Nonostante un calo già in queste ultime ore, i valori restano alterati, oltre il 27% più alti rispetto ai livelli precedenti l’attacco congiunto di Usa e Israele all’Iran.
Come sono cambiati i prezzi dopo l’attacco Usa-Israele
Ecco allora che il panorama di prezzi, listini ed esportazioni hanno avuto uno stravolgimento delle loro dinamiche.
Non solo dalle parti del Cremlino. Paesi con grandi riserve di petrolio lontani dal conflitto, come ad esempio Norvegia, Canada, Nigeria e Colombia, stanno anch’essi beneficiando di questa situazione.
Resta però il fatto che questi sviluppi in Medio Oriente stiano portando ricadute positive soprattutto a Mosca e dintorni.
Il vantaggio economico per la Russia
Per la Russia, infatti, il vantaggio economico delle tensioni nel Golfo è particolarmente marcato.
Basti pensare che il greggio russo è attualmente venduto a prezzi superiori ai principali benchmark internazionali, un fenomeno definito “straordinario” dallo storico economico Nicholas Mulder della Cornell University.
La concessione temporanea degli Stati Uniti che permette all’India di acquistare petrolio russo ha già aumentato le entrate statali di Mosca, con i carichi venduti a circa 90 dollari al barile rispetto ai circa 50 dollari prima della crisi.
Ma non solo. L’insieme di prezzi più elevati e un’applicazione più flessibile delle sanzioni consente un maggiore flusso di barili russi sul mercato globale.
Quadro favorevole nel breve periodo, ma intanto occhio al gas
A far da contraltare ci sono le disamine di altri osservatori.
Nonostante il vantaggio a breve termine, le capacità della Russia rimangono limitate.
Anni di sanzioni dell’Unione Europea e i danni del conflitto con l’Ucraina hanno danneggiato infrastrutture chiave, e le esportazioni restano concentrate su pochi acquirenti: principalmente India e Cina.
Inoltre, le restrizioni assicurative e logistiche continuano a vincolare la capacità di Mosca di espandere rapidamente la produzione.
Intanto, però, gli analisti volgono lo sguardo anche su un altro settore strategico: oltre al petrolio, la Russia potrebbe beneficiare anche delle esportazioni di gas naturale liquefatto verso l’Europa, attualmente non soggette a sanzioni fino alla prevista eliminazione graduale nel 2027.