Oggi ricorre l’anniversario del più grande disastro nucleare dopo Chernobyl. Era l’11 marzo 2011 quando un terremoto di Magnitudo 9 e lo tsunami che ne seguì colpirono la costa nord-orientale del Giappone, causando la catastrofe della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Alle 14:46 locali (6:46 in Italia), un sisma violentissimo fu registrato a 130 chilometri a est di Sendai, a 373 chilometri da Tokyo.

Mai un terremoto di tale intensità era stato registrato in Giappone. Lo tsunami generato dalle scosse raggiunse onde stimate tra 13 e 14 metri, abbattendosi sulle coste e superando ampiamente la barriera frangiflutti, progettata per resistere a onde fino a 6,5 metri sopra il livello del mare.
ワーナー傘下の「HBO(現Max)」は、東日本大震災から15年の節目に福島第一原子力発電所事故を描く新作ドキュメンタリー『Fukushima: A Nuclear Nightmare』を3月10日にプレミア公開。pic.twitter.com/dcj4RTAdxD
— あいひん (@BABYLONBU5TER) March 11, 2026
Fukushima 15 anni dopo
Il sisma fece scattare la chiusura automatica dei reattori e l’entrata in funzione dei generatori diesel di emergenza, essenziali per mantenere attivo il sistema di raffreddamento dei reattori 1, 2 e 3. Ma dopo circa 40 minuti, le onde dello tsunami li investirono, compromettendo i generatori e causando un blackout totale.
💥🇯🇵 On this day march 11, 2011, an earthquake with magnitude of 9.1 hit Japan.
The East Japan Earthquake triggered massive tsunami that lead to Nuclear disaster at Fukushima Nuclear power plant.
It k*illed almost 20,000 people and damaged Japan economy. pic.twitter.com/kniOfBnwea— International Observer (@Intlobserver0) March 11, 2026
La rimozione del calore di decadimento si interruppe, e i reattori 1, 2 e 3, attivi al momento del sisma, subirono la fusione completa del nocciolo tra il 12 e il 15 marzo. Nei giorni successivi ci furono quattro esplosioni di idrogeno che danneggiarono le strutture superiori, rilasciando materiali radioattivi nell’aria e contaminando il suolo circostante.
L’incidente non provocò un incendio massiccio, ma il rilascio di sostanze radioattive nell’oceano Pacifico fu significativo.
Le vittime
Le autorità ordinarono l’evacuazione di oltre 164.000 residenti entro 20 chilometri dall’impianto, temporaneamente o permanentemente. Secondo i dati della Polizia nazionale, i morti accertati sono 15.900, mentre 2.519 persone risultano ancora disperse nelle prefetture di Miyagi, Fukushima e Iwate. A questi si aggiungono 3.810 decessi correlati al disastro – tra malattie e suicidi legati allo stress e alle condizioni di evacuazione – registrati dall’Agenzia per la ricostruzione a fine 2025.
A distanza di 15 anni, circa 26.000 persone risultano ancora sfollate. Molte sono anziane che vivono sole in alloggi temporanei, una condizione che continua a rappresentare una delle conseguenze sociali irrisolte della tragedia
L’evacuazione e la sofferenza dei cittadini
Molti abitanti furono costretti a lasciare le loro case, spesso senza sapere se e quando avrebbero potuto farvi ritorno. Al 1 febbraio 2025, più di 24.000 persone risultavano ancora impossibilitate a rientrare, di cui 19.673 evacuate al di fuori della prefettura e 4.966 all’interno. La vita quotidiana venne stravolta: scuole, negozi, risaie e porti abbandonati, famiglie divise e comunità spezzate.
Ryoichi Sato, coltivatore di riso di nona generazione, racconta la sua battaglia per riprendere la produzione: dopo arature profonde e applicazioni di zeolite, potassio e materiale organico, è tornato a coltivare riso e a venderlo. Tuttavia il raccolto della prefettura rimane solo il 60% di quello pre-2011, e non tutte le risaie sono sicure per la coltivazione.
Haruo Ono, pescatore di Shinchi, con il suo peschereccio di 15 metri, ha avuto un buon pescato, ma resta amareggiato per lo scarico di acqua radioattiva nell’oceano da parte della Tepco.
Le nuove sfide: decontaminazione e salute
Molti cittadini hanno creato laboratori di citizen science per monitorare suolo, acqua e cibo. Ai Kimura dirige uno di questi centri, sostenuto da donazioni private, e controlla quotidianamente scuole, parchi e terreni agricoli.
Le conseguenze sanitarie continuano a farsi sentire: la cosiddetta “querelante n. 8”, giovane donna affetta da cancro alla tiroide, testimonia come l’esposizione alle radiazioni abbia aumentato i tassi di incidenza della malattia nella prefettura: da un caso su un milione a 400 casi su 380.000 persone, mille volte più frequente rispetto al periodo pre-disastro.
Smantellamento della centrale e gestione dei rifiuti
Oggi, circa 880 tonnellate di materiale radioattivo sono ancora presenti nel sito. Il processo di decommissioning decennale è lento e complesso, ostacolato dai livelli di radiazione elevatissimi. Nel 2023 il Giappone ha iniziato a scaricare nell’Oceano Pacifico acque trattate, equivalenti a 540 piscine olimpioniche, misura approvata dall’AIEA ma contestata dalla comunità locale.

Alcune zone rimangono “congelate” nello stato del 2011, altre ospitano fauna selvatica – orsi, cinghiali, scimmie – che rende difficile la coabitazione con gli esseri umani. Le tracce di radiazioni dissuadono dal riprendere coltivazioni o allevamenti in alcune aree, soprattutto sui pendii e nelle foreste.
Fukushima oggi: resilienza e insegnamenti
Nonostante i problemi, le comunità locali hanno imparato a convivere con la contaminazione. Le risaie tornano a dare raccolto, i laboratori cittadini monitorano cibo e acqua, e gli edifici memoriale ricordano la tragedia. Mentre il Giappone ha ripreso con decisione il progetto nucleare, considerato strategico per la sicurezza energetica, pur sotto controlli rigorosi.
Il disastro di Fukushima ha cambiato radicalmente la progettazione e la gestione delle centrali nucleari. I nuovi reattori integrano sistemi passivi, gusci dei noccioli più resistenti e una difesa in profondità, riducendo il rischio di fusione. La ricerca guarda ai reattori a fusione, capaci di generare energia pulita e sicura, senza scorie, con la prospettiva di un futuro energetico quasi illimitato.
Mentre la memoria dell’11 marzo 2011 vive negli occhi di chi ha affrontato il disastro e continua a imparare come convivere con la radioattività.