La guerra tra Usa e Israele contro l’Iran entra in una fase ancora più delicata. Mentre i bombardamenti continuano e i fronti del conflitto si allargano, cresce la preoccupazione internazionale per le possibili conseguenze economiche e militari. E per salvaguardare il passaggio del petrolio, il Tycoon attacca le imbarcazioni posamine di Teheran.

Teheran sotto attacco, ferito Khamenei
Israele intensifica i raid contro obiettivi in Iran e in Libano. Al dodicesimo giorno di guerra, nuove esplosioni hanno scosso Teheran e Beirut. Secondo diverse fonti iraniane e internazionali, tra cui l’AFP, la nuova Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei sarebbe rimasta ferita durante un attacco attribuito a Israele.
I media di Teheran riferiscono che Khamenei si trova ora in un luogo sicuro. Il figlio del presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato all’agenzia francese che la Guida Suprema è sana e salva, nonostante le ferite riportate alle gambe.

Missili su Israele e droni sui Paesi del Golfo
E mentre accusa Stati Uniti e Israele di aver colpito circa 10mila siti civili dall’inizio della guerra provocando oltre 1.300 morti, Iran colpisce con i missili anche Tel Aviv e Gerusalemme.
Le tensioni continuano a coinvolgere anche i Paesi del Golfo. Ma nelle ultime ore Arabia Saudita, Iraq e diversi Stati dell’area hanno segnalato l’intercettazione di numerosi droni e missili prima che colpissero.
Uno dei bersagli principali degli attacchi è stato rappresentato dagli Emirati Arabi Uniti. Il ministero della Difesa di Abu Dhabi ha riferito di aver individuato 35 droni iraniani di cui ventisei sono stati abbattuti.
Anche l’Arabia Saudita ha rafforzato le difese aeree. Due droni diretti verso il grande giacimento petrolifero di Shaybah, uno dei principali siti produttivi della compagnia Saudi Aramco, sono stati intercettati e distrutti. Riad parla di oltre venti attacchi respinti negli ultimi giorni e accusa direttamente i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran.
Mine nello Stretto di Hormuz, Trump attacca
Il punto più critico della crisi resta il mare. Secondo diverse indiscrezioni riportate dalla CNN, l’Iran avrebbe iniziato a posizionare mine nello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale.
Nelle ultime ore sarebbero state comunque piazzate decine di ordigni. Teheran, nonostante i raid americani contro la propria marina, disporrebbe ancora dell’80-90% delle piccole imbarcazioni utilizzate dai Pasdaran per minare l’area. Barchini veloci e navi posamine sarebbero più che sufficienti per trasformare lo stretto in una trappola per il traffico commerciale.
Le navi abbattute dopo l’avvertimento
Proprio sulla possibile militarizzazione dello Stretto di Hormuz, Trump aveva reagito duramente. Il presidente americano aveva lanciato, infatti, un avvertimento diretto a Teheran con un messaggio pubblicato su Truth.
“Se l’Iran ha posizionato mine nello Stretto di Hormuz vogliamo che vengano rimosse immediatamente. Se per qualsiasi motivo non verranno tolte subito, le conseguenze militari per l’Iran saranno a un livello mai visto prima”, ha scritto.
L’Iran ha continuato però a posizionare le mine e gli Stati Uniti sono intervenuti. Poche ore fa, hanno infatti annunciato di aver distrutto 16 navi iraniane utilizzate per la posa di mine, diffondendo anche alcune immagini degli attacchi tramite il Comando Centrale statunitense (US Central Command).
Un filmato con la distruzione delle navi:
U.S. forces eliminated multiple Iranian naval vessels, March 10, including 16 minelayers near the Strait of Hormuz. pic.twitter.com/371unKYiJs
— U.S. Central Command (@CENTCOM) March 10, 2026
Petrolio e mercati, scende il greggio
Nonostante le tensioni, nelle ultime ore i prezzi del petrolio hanno registrato una flessione. A pesare sui mercati è l’ipotesi di un massiccio rilascio coordinato di riserve strategiche da parte dell’Agenzia internazionale dell’energia per stabilizzare il mercato.
I future sul WTI scendono a circa 85,5 dollari al barile con un calo del 2,5%, mentre il Brent scivola sotto i 90 dollari a quota 89,7.
Il quadro, però, resta estremamente fragile. Se la crisi nello Stretto di Hormuz dovesse aggravarsi o trasformarsi in un blocco reale del traffico petrolifero, l’impatto sui mercati energetici globali potrebbe essere molto più pesante.
