Il cambiamento

Trasparenza salariale, Meritocrazia Italia: superare il tabù per affermare la responsabilità

"È da qui che passa una cultura del lavoro fondata sul merito, sull’equità e sulla dignità delle persone"

Trasparenza salariale, Meritocrazia Italia: superare il tabù per affermare la responsabilità

Il recepimento della direttiva europea sulla trasparenza retributiva rappresenta un passaggio decisivo per il mercato del lavoro italiano. Non si tratta di un intervento simbolico né di una misura ideologica, ma di un cambiamento strutturale che sposta l’attenzione dal silenzio individuale alla responsabilità delle organizzazioni.

In Italia, il salario è stato a lungo un tema indicibile: un tabù culturale che ha alimentato opacità, disuguaglianze e squilibri di potere, penalizzando in particolare le donne e i lavoratori più esposti sul piano contrattuale.

La trasparenza retributiva non nasce per alimentare conflitti tra colleghi, ma per restituire dignità al lavoro, rendendo le scelte salariali verificabili, motivabili e coerenti. L’obbligo di indicare la retribuzione o una fascia salariale negli annunci di lavoro, il divieto per il datore di lavoro di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti impieghi e il diritto dei lavoratori a conoscere la retribuzione media per mansioni di pari valore introducono strumenti concreti di riequilibrio nel mercato del lavoro.

Queste misure riducono lo squilibrio informativo che oggi condiziona l’accesso, la permanenza e la progressione professionale.

Non si producono automatismi né livellamenti forzati. Al contrario, si rafforza la capacità di scelta e di negoziazione dei lavoratori, restituendo centralità a criteri oggettivi e difendibili.

Il nodo centrale resta culturale e organizzativo: definire il concetto di “lavoro di pari valore” impone alle imprese un esercizio di chiarezza su ruoli, competenze, responsabilità e condizioni di lavoro.

È un processo complesso, che può incontrare resistenze nel breve periodo, ma che nel medio rafforza la governance aziendale, riduce il contenzioso e rende più solide e credibili le politiche retributive.

La definizione del lavoro di pari valore e la strutturazione di politiche retributive trasparenti non possono restare astratte, ma richiedono strumenti organizzativi verificabili. In questo senso, framework internazionali e sistemi di certificazione – come ISO 30415 sulla Diversity & Inclusion, ISO 53800 sulla parità di genere e la certificazione UNI/PdR 125 – rappresentano modelli operativi che aiutano le imprese a tradurre l’obbligo normativo in processi strutturati, misurabili e difendibili. Non si tratta di adempimenti formali, ma di architetture di governance che riducono il rischio di contenzioso, rafforzano la credibilità delle politiche retributive e favoriscono una cultura organizzativa orientata all’equità.

In molte organizzazioni, il malessere non nasce esclusivamente dal livello degli stipendi, ma dalla percezione di squilibrio, di differenza di trattamento e opacità nei criteri che li determinano. Se il sistema organizzativo appare eccessivamente verticale e poco collaborativo, la distanza tra chi decide e chi lavora si amplia, alimentando sfiducia e disaffezione.

La trasparenza non elimina le differenze retributive, le rende comprensibili: quando responsabilità, obiettivi e risultati sono esplicitati, anche differenze significative possono essere riconosciute come legittime.

Quando invece criteri e parametri restano opachi, ogni scostamento salariale tende a essere percepito come arbitrario, anche laddove potrebbe essere giustificato da competenze, responsabilità o rischio decisionale. In questo senso, la trasparenza diventa condizione di equilibrio e fiducia, non strumento di conflitto.

Il divario retributivo di genere, ancora radicato in molti settori, non può essere affrontato se resta invisibile. La trasparenza non è una soluzione autosufficiente, è una condizione imprescindibile: ciò che non è misurabile non è né contestabile né correggibile.

La crescita delle aziende certificate per la parità di genere segnala una consapevolezza in evoluzione, che va sostenuta e accompagnata.

Un elemento centrale della direttiva è la soglia del 5% di divario retributivo non giustificato da criteri oggettivi. Superata tale soglia, le aziende sono chiamate ad avviare una valutazione congiunta delle retribuzioni e ad adottare misure correttive. Questo meccanismo non introduce automatismi sanzionatori, ma stabilisce un punto di attenzione che obbliga l’organizzazione a dimostrare la coerenza delle proprie scelte retributive. La soglia del 5% diventa quindi uno strumento di responsabilizzazione gestionale, più che un vincolo meramente statistico.

Il recepimento nazionale della direttiva solleva alcune criticità applicative che meritano attenzione.

In particolare: la possibilità di integrare i sistemi classificatori con schemi aziendali non sempre fondati su metodologie documentate e verificabili, con conseguenti margini di discrezionalità; tempistiche di attuazione e obblighi di reporting che potrebbero attenuare l’impatto iniziale della riforma; esclusioni o semplificazioni che rischiano di lasciare scoperti segmenti di lavoro caratterizzati da maggiore vulnerabilità contrattuale.

Tali elementi non ridimensionano la portata della riforma, ma evidenziano la necessità di un monitoraggio continuo e di strumenti organizzativi capaci di garantire trasparenza sostanziale, oltre il mero adempimento formale.

Affinché la riforma non si riduca a un adempimento formale, Meritocrazia Italia evidenzia alcune criticità che richiedono attenzione immediata:

  • l’utilizzo di fasce retributive non adeguatamente motivate o scollegate da criteri oggettivi di classificazione del ruolo, che rischiano di ridurre la trasparenza a un adempimento solo formale;
  • l’assenza di criteri omogenei, documentati e verificabili per la valutazione del lavoro di pari valore, con possibili applicazioni disomogenee e difficoltà di comparabilità;
  • la debolezza delle tutele effettive per i lavoratori che esercitano il diritto all’informazione salariale, soprattutto in contesti caratterizzati da asimmetrie organizzative;
  • sistemi di controllo e monitoraggio non sempre tempestivi o sufficientemente incisivi, che possono ritardare l’individuazione e la correzione degli squilibri retributivi;
  • il rischio di un appesantimento burocratico non accompagnato da adeguato supporto organizzativo e metodologico, soprattutto per le PMI, con il pericolo che la trasparenza venga percepita come mero adempimento.

Per rendere la trasparenza salariale uno strumento efficace, Meritocrazia propone:

  • l’adozione di linee guida nazionali per la definizione del lavoro di pari valore, fondate su criteri oggettivi, comparabili e verificabili;
  • l’introduzione di fasce retributive coerenti con sistemi di classificazione del ruolo documentati, con obbligo di motivazione per scostamenti significativi;
  • una tutela rafforzata contro ritorsioni e discriminazioni, accompagnata da procedure interne tracciabili e meccanismi probatori efficaci;
  • incentivi fiscali e contributivi per le imprese che dimostrano coerenza, equità e trasparenza nelle politiche salariali;
  • un sistema di reporting pubblico semplificato e comparabile, utile alla valutazione sostanziale delle pratiche retributive;
  • percorsi di accompagnamento dedicati alle PMI, con strumenti operativi e metodologici, per trasformare l’obbligo normativo in leva di governance.

In questo contesto, assume un ruolo strategico il contributo degli enti di certificazione e dei soggetti indipendenti di verifica, che possono supportare le organizzazioni nella misurazione e validazione del gender pay gap e nella coerenza dei sistemi di classificazione retributiva. La verifica terza e documentata rafforza la trasparenza sostanziale, riduce il rischio di contenzioso e consente alle imprese di dimostrare in modo oggettivo la conformità delle proprie politiche salariali, trasformando un obbligo normativo in uno strumento di affidabilità e governance.

La trasparenza salariale non è una minaccia per le imprese, ma una leva di modernizzazione del sistema produttivo. Un mercato del lavoro maturo è quello in cui le differenze retributive sono giustificate da criteri oggettivi e difendibili, non da prassi opache o discriminazioni silenziose.

Non è una rivoluzione immediata, ma è un passaggio necessario. È da qui che passa una cultura del lavoro fondata sul merito, sull’equità e sulla dignità delle persone.