L’1 marzo 2026 rappresenta una data cruciale per 37 organizzazioni umanitarie che operano a Gaza, che rischiano di essere costrette a lasciare la regione a causa di una controversa direttiva israeliana.
Le organizzazioni, tra cui Medici Senza Frontiere (Msf), Oxfam, e il Norwegian Refugee Council (NRC), si sono rifiutate di consegnare un elenco dei loro collaboratori palestinesi, tra cui medici, infermieri, educatori e amministrativi, alle autorità israeliane. Per il governo di Tel Aviv, la consegna dei nomi di questi operatori umanitari è diventata una condizione indispensabile per proseguire le operazioni delle ONG, che sono parte fondamentale del sistema di aiuti a Gaza.
Il motivo ufficiale di questa richiesta è quello di “completare il processo di registrazione” delle organizzazioni non governative, ma la misura solleva forti preoccupazioni per la privacy, la sicurezza e la neutralità umanitaria, principi sanciti dal diritto internazionale.
Situazione al collasso
Dal 7 ottobre 2023, la situazione sanitaria a Gaza è precipitata, con oltre 1.700 medici e operatori sanitari uccisi, pari al 10,4% dell’intera forza lavoro nel settore della salute. Questo dato emerge da una petizione lanciata su Change.org, che sottolinea come la morte di così tanti professionisti della salute abbia ulteriormente aggravato la già critica condizione sanitaria della popolazione.
Le ONG internazionali, che sono coinvolte nella distribuzione degli aiuti, nell’assistenza ospedaliera e nella cura dei malati, avvertono che il rischio di un collasso totale del sistema umanitario è ormai imminente. Senza l’intervento delle organizzazioni umanitarie, circa la metà degli aiuti alimentari a Gaza verrebbe meno, e il 60% delle operazioni degli ospedali da campo, che curano le ferite causate dai bombardamenti e la malnutrizione, sarebbe interrotto. Inoltre, tutte le cure per i bambini gravemente malnutriti, che dipendono esclusivamente dalle ONG internazionali, sarebbero sospese.
In un comunicato congiunto, 17 organizzazioni non governative, tra cui Medici Senza Frontiere, hanno evidenziato come le restrizioni imposte da Israele contravvengano alle leggi internazionali sulla privacy e alla neutralità umanitaria, creando una situazione di “stallo giuridico senza precedenti”.
“Situazione catastrofica”
Medici Senza Frontiere (MSF) ha lanciato un appello urgente, definendo la situazione a Gaza “catastrofica” e chiedendo un afflusso massiccio di aiuti salvavita, nonché un accesso umanitario senza ostacoli. In una nota, l’organizzazione ha ribadito che, secondo il diritto internazionale umanitario, le autorità israeliane sono obbligate a garantire la fornitura di assistenza umanitaria, in quanto potenza occupante del territorio palestinese.
Christopher Lockyear, segretario generale di MSF, ha sottolineato:
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“Stiamo cercando di mantenere i servizi per i pazienti in un contesto sempre più difficile, ma i bisogni sono enormi e le drastiche restrizioni hanno conseguenze mortali. Centinaia di migliaia di pazienti hanno bisogno di cure mediche e di assistenza psicologica, mentre decine di migliaia di persone necessitano di cure continue e a lungo termine, sia chirurgiche che psicologiche”.
Il ricorso legale
Il 24 febbraio 2026, 17 organizzazioni umanitarie hanno presentato un ricorso alla Corte Suprema israeliana, chiedendo la sospensione immediata dell’ordine che obbliga le 37 ONG a lasciare la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Le organizzazioni hanno avvertito che questa decisione potrebbe avere “conseguenze catastrofiche per i civili”, soprattutto in un momento in cui la popolazione palestinese è già devastata dai bombardamenti, dalla fame e dalla carenza di servizi di base.
Il ricorso chiede che la Corte Suprema sospenda il provvedimento israeliano fino a quando la questione non venga esaminata in modo più approfondito. Tale provvedimento, che dovrebbe entrare in vigore il 1 marzo 2026, prevede che le ONG, tra cui Medici Senza Frontiere, Oxfam, NRC e Care International, debbano cessare le loro attività nei Territori palestinesi se non forniranno un elenco dei loro impiegati palestinesi, come richiesto dalle autorità israeliane per “motivi di sicurezza”.
Il sostegno
Contemporaneamente, la mobilitazione internazionale contro l’espulsione delle 37 ONG sta guadagnando terreno. Diverse reti solidali, come #DigiunoGaza e Sanitari per Gaza, hanno organizzato diversi flash mob, in solidarietà con le organizzazioni umanitarie e contro la decisione del governo israeliano.

I manifestanti, che si sono radunati di fronte a più di 50 ospedali in tutta Italia, hanno voluto lanciare un messaggio chiaro:
“No liste, no bersagli. Solidarietà e cura non sono reato”.
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Questo movimento si inserisce in un contesto di crescente protesta contro le azioni israeliane a Gaza, che da ottobre scorso hanno visto centinaia di manifestazioni in tutto il mondo contro il conflitto e le sue conseguenze.
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Le ONG chiedono che venga garantito l’aiuto umanitario a una popolazione che vive in condizioni di estrema difficoltà: oltre la metà della popolazione vive in campi profughi senza acqua potabile e servizi igienici, mentre il sistema sanitario locale è in completa rovina, senza medicinali e attrezzature mediche sufficienti.
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La minaccia di un collasso umanitario
La situazione a Gaza è ormai tragica: gli ospedali sono al collasso, la malnutrizione infantile è una piaga crescente e la vita quotidiana per milioni di palestinesi è segnata da carenze alimentari e assenza di servizi basilari. In questo contesto, l’operato delle organizzazioni umanitarie è essenziale. Senza di loro, la sopravvivenza di migliaia di persone sarebbe messa gravemente a rischio.
Le decisioni israeliane di limitare il lavoro delle ONG potrebbero portare a una crisi umanitaria senza precedenti, un ulteriore colpo per una popolazione già stremata dai conflitti e dalle privazioni.
Le ONG, insieme alle Nazioni Unite, stanno facendo tutto il possibile per rispondere ai bisogni urgenti della popolazione, ma senza un cambiamento nelle politiche israeliane, la situazione potrebbe rapidamente diventare ancora più insostenibile.
Il futuro del sistema umanitario a Gaza dipende ora dalla decisione della Corte Suprema israeliana e dalle pressioni internazionali.