Una pistola a salve senza impronte della vittima, il Dna dell’agente ovunque e ventitré minuti trascorsi prima di chiamare i soccorsi. È su questi elementi che la Procura ha ricostruito quello che inizialmente sembrava uno scontro a fuoco nel bosco dello spaccio di Rogoredo e che oggi viene contestato come un omicidio volontario aggravato seguito da un tentativo di depistaggio.
L’ex assistente capo Carmelo Cinturrino, 41 anni, è stato arrestato nell’ambito dell’indagine sulla morte del 28enne Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nella periferia sud-est di Milano.
Durissima la presa di posizione del capo della Polizia Vittorio Pisani, che ha definito l’ex agente “un delinquente”, sottolineando come sia stata la stessa Polizia di Stato a eseguire l’arresto.
“Questa è l’immagine sana del nostro modo di operare. Dobbiamo essere un punto di riferimento per la collettività”, ha dichiarato.

Il Dna sulla pistola “fantasma”
La svolta investigativa arriva dalla prova scientifica.
Accanto al corpo della vittima era stata collocata una pistola a salve per sostenere la tesi della legittima difesa. Ma sull’arma gli investigatori hanno trovato esclusivamente il profilo genetico dell’indagato.
Il Dna era presente su grilletto, cane e impugnatura, mentre nessuna traccia biologica apparteneva a Mansouri.

Secondo gli inquirenti, il giovane al momento dello sparo aveva soltanto un telefono cellulare e una pietra.
I tabulati telefonici indicano che alle 17.32 — l’istante esatto del colpo alla tempia — era impegnato in una conversazione.
Un testimone oculare ha raccontato ai magistrati che Mansouri avrebbe tentato di fuggire dopo aver visto l’agente estrarre l’arma.
I 23 minuti che pesano come un macigno
Uno degli aspetti più gravi riguarda il tempo trascorso tra lo sparo e la richiesta di aiuto.
Secondo la Procura della Repubblica di Milano, Cinturrino avrebbe avuto a disposizione 23 minuti durante i quali la scena del crimine sarebbe stata alterata.
La vittima sarebbe caduta inizialmente a faccia in giù nel fango, ma i soccorritori l’hanno trovata supina.
Una fotografia scattata dallo stesso agente mostrava però il volto sporco di terriccio, particolare incompatibile con la posizione finale.
In quel lasso di tempo l’indagato avrebbe inviato un collega in commissariato a recuperare una valigetta. Al ritorno dell’agente, la scena sarebbe cambiata e accanto alla mano della vittima sarebbe comparsa la pistola giocattolo.
Il muro dei colleghi crolla: “Avevamo paura”
Le indagini coordinate dal procuratore Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia hanno registrato una svolta quando tre poliziotti sono stati indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso.
Le loro versioni sono cambiate.
Secondo i verbali, l’ex assistente capo avrebbe raccomandato più volte di sostenere “senza esitazioni” la ricostruzione della legittima difesa.
Alcuni colleghi hanno ammesso di aver avuto timore di lui.
Uno degli agenti ha raccontato di aver pensato che potesse sparargli mentre si dirigevano verso l’auto di servizio:
“È una persona pericolosa, rude, incute timore2.
Gli inquirenti lo descrivono come aggressivo e violento, noto nel bosco di Rogoredo con il soprannome di “Thor” perché avrebbe portato con sé un martello e più volte percosso frequentatori dell’area.
“Potrebbe uccidere ancora”: il rischio di reiterazione
Nel provvedimento di fermo i pm parlano di “elevatissima capacità criminale”.
Vengono contestati pericolo di fuga, rischio di reiterazione del reato e inquinamento probatorio.
Secondo l’accusa l’uomo avrebbe agito “con coscienza e lucidità” e, alla luce del quadro emerso, potrebbe commettere nuovi reati violenti.
Durante un colloquio con il proprio legale nel carcere di Carcere di San Vittore avrebbe ammesso parte delle responsabilità:
“Ho messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze”.
Al momento dell’arresto, eseguito nel parcheggio del commissariato dagli investigatori della Squadra Mobile della Questura di Milano, avrebbe detto soltanto ai colleghi:
“Fate quello che dovete”.
Pisani: “La fiducia dei cittadini viene prima di tutto”
Il capo della Polizia ha spiegato che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti degli altri agenti coinvolti saranno valutati al termine delle indagini.
“Le investigazioni sono state ricostruite molto velocemente grazie alla collaborazione tra magistratura e Squadra Mobile”, ha dichiarato, spiegando che l’attività ispettiva interna non è stata avviata subito per evitare sovrapposizioni investigative.
“Dimostrare che la Polizia di Stato arresta un proprio appartenente — ha concluso — è l’immagine sana del nostro modo di operare”.
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