Il dramma Domenico, di soli due anni, ricoverato all’Ospedale Monaldi di Napoli, volge verso il più indicibile degli epiloghi. Dopo il parere negativo di una commissione di esperti – che ha ritenuto il piccolo non più trapiantabile, a causa delle sue condizioni di salute ormai irrevocabilmente compromesse – il paziente presenta danni gravissimi agli organi vitali, tra cui fegato, reni, polmoni, e una emorragia cerebrale, insieme a un’infezione da pseudomonas.
Nella serata di ieri, 19 febbraio 2026, Francesco Petruzzi, l’avvocato della famiglia, ha annunciato durante la trasmissione “Dritto e Rovescio” che, dopo una valutazione da parte di un medico legale, la famiglia ha deciso di chiedere l’applicazione della PCC:
“Abbiamo presentato, insieme alla famiglia, l’istanza per la Pianificazione Condivisa delle Cure (PCC). L’ospedale Monaldi ha accettato e domani avverrà il primo accesso per l’inizio del percorso terapeutico. Questa procedura, che consente al paziente e alla sua famiglia di decidere insieme i trattamenti da intraprendere, non ha nulla a che vedere con l’eutanasia, ma si concentra sulla riduzione delle sofferenze nei casi in cui la guarigione non sia più possibile”.
Lo scopo è concentrarsi sull’alleviamento delle sofferenze, evitando l’accanimento terapeutico.
La situazione clinica del bambino
“Tolta la sedazione, il bambino non si è svegliato. Avendo valutato una prognosi certamente infausta, ho mandato una PEC al Monaldi per una PCC,” ha continuato Petruzzi, facendo riferimento alla gravità della situazione. La diagnosi medica ha escluso ulteriori interventi o un secondo trapianto di cuore, perché il bambino non sarebbe in grado di tollerarlo.
L’istanza per la Pianificazione Condivisa delle Cure è stata presentata con l’intento di mettere fine agli inutili accanimenti terapeutici, che non farebbero altro che prolungare le sofferenze del piccolo, e di orientare il percorso terapeutico verso il sollievo del dolore.
Come funziona nel pratico?
La Pianificazione Condivisa delle Cure (PCC), come previsto dalla Legge 219/2017, è uno strumento che consente al paziente, in collaborazione con l’équipe medica, di definire i trattamenti che intende ricevere o rifiutare, soprattutto in situazioni critiche in cui le possibilità di cura sono esaurite. Nel caso di minori o di pazienti incapaci di esprimere un giudizio, la decisione viene presa insieme ai genitori o ai tutori legali, sempre nel rispetto della dignità e del miglior interesse del paziente.
Petruzzi ha voluto ribadire più volte che la Pianificazione Condivisa delle Cure non è eutanasia: “La PCC non è l’eutanasia, ma una procedura che permette di spostare tutta la terapia clinica dal tentativo di guarigione all’alleviamento delle sofferenze,” ha precisato.
Il legale ha anche sottolineato che, in base alla valutazione del medico legale, non era necessario cercare ulteriori pareri da ospedali all’estero, poiché la prognosi era ormai chiara e il percorso da intraprendere era quello di garantire al bambino il miglior trattamento palliativo possibile.

La pianificazione condivisa delle cure, pur non essendo una soluzione semplice, rappresenta un modo per affrontare situazioni estremamente complesse con umanità e rispetto per la dignità del paziente. In questo caso, la scelta della famiglia di affidarsi a questa procedura segna un passaggio dal tentativo di guarigione, ormai fuori portata, alla cura della sofferenza del piccolo Domenico, mettendo al centro il suo benessere.
Non si tratta di un atto di rinuncia alla vita, ma di una decisione ponderata che considera la realtà clinica e la condizione del bambino, scegliendo di non prolungare inutilmente la sofferenza attraverso trattamenti che non avrebbero portato a un miglioramento. Il percorso di Pianificazione Condivisa delle Cure ha lo scopo di accompagnare il bambino e la sua famiglia verso un percorso che garantisca loro la migliore qualità della vita possibile, rispettando la volontà dei genitori e le indicazioni degli esperti, con la speranza che il bambino possa trovare sollievo nelle sue ultime ore di vita.
Lo strazio della madre del piccolo
Patrizia Mercolino, la madre di Domenico, ha parlato del momento difficile che sta vivendo insieme alla sua famigli:
“Ringrazio tutte le persone che mi hanno dimostrato affetto e vicinanza, ringrazio di cuore tutti coloro che mi hanno offerto aiuti ma vorrei dire che non accetto soldi, vorrei invece che fossero donati all’associazione per i trapianti Aido.”
La madre ha voluto così canalizzare la solidarietà ricevuta verso una causa più grande, continuando a sostenere il movimento per la donazione di organi nonostante il dolore che sta attraversando.
Le indagini in corso sugli errori possibili
Parallelamente proseguono le indagini per accertare eventuali responsabilità che hanno condannato il bambino. Il cuore destinato a Domenico, prelevato a Bolzano, è stato danneggiato durante il trasporto. Secondo le indagini interne dell’Ospedale Monaldi, l’organo è stato trasportato in un contenitore riempito con ghiaccio secco, invece del ghiaccio tradizionale utilizzato in queste circostanze.
Il cuore è stato così congelato e danneggiato, rendendo l’intervento di trapianto estremamente problematico.
“All’apertura del contenitore termico risultava impossibile estrarre il secchiello contenente il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio,” si legge nel verbale dell’indagine interna.
Nonostante il sospetto di un danno irreparabile all’organo, si è deciso comunque di procedere con il trapianto. Fra i nodi da sciogliere anche le ragioni per cui il cuore del piccolo è stato espiantato prima di controllare le condizioni del nuovo organo arrivato da Bolzano. Su questo punto non convergono le testimonianze rese dai medici in sala operatoria nell’audit del Monaldi.
Il numero degli indagati, allo stato attuale sei e tutti a Napoli, sembra destinato a crescere con il coinvolgimento anche di alcuni professionisti di Bolzano dove gli operatori del Monaldi si recarono lo scorso 23 dicembre per prelevare il cuore da trapiantare al piccolo di due anni.
L’attenzione – come emerso sin dalle prime battute di questa brutta storia – si concentra sulla fornitura di ghiaccio. Secondo quanto emerso finora dall’inchiesta interna del Monaldi, a Bolzano il contenitore destinato al trasporto del cuore espiantato sarebbe stato riempito con del ghiaccio secco invece che con quello tradizionale che si utilizza in queste circostanze, causando il congelamento e il danneggiamento dell’organo.