L'opinione

Editoriale Meritocrazia Italia: Il pensiero, la relazione e il futuro della cosa pubblica

Il pensiero di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia

Editoriale Meritocrazia Italia: Il pensiero, la relazione e il futuro della cosa pubblica

L’editoriale di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia, dal titolo “Il pensiero, la relazione e il futuro della cosa pubblica”.

Vi sono stagioni della storia nelle quali la crisi della cosa pubblica si manifesta in forme evidenti: l’inefficienza delle istituzioni, la fragilità delle strutture, l’inadeguatezza delle risposte politiche. Ve ne sono altre, più silenziose e per questo più decisive, nelle quali la crisi si colloca a monte, nel pensiero che precede l’azione, nella difficoltà di interrogare il senso del vivere comune prima ancora di organizzarne le forme. Il nostro tempo appartiene a questa seconda categoria. Non siamo semplicemente dinanzi ad una crisi di strumenti, ma a una crisi di visione; non ad un deficit di norme, ma a un affievolimento della capacità di pensare l’umano nella sua interezza.

Quando la sfera pubblica si separa dalle domande fondamentali sull’essenza della vita, sulla vocazione della persona e sulla destinazione del futuro, essa si contrae in spazio funzionale, apparentemente neutro, ma intimamente impoverito. La cosa pubblica viene allora ridotta a gestione dell’urgenza, ad amministrazione dell’immediato, perdendo la sua funzione più propria: orientare il tempo, custodire il futuro, dare forma a una convivenza dotata di senso. Una comunità che rinuncia a pensare non governa il proprio destino; si limita ad attraversarlo. In questa rinuncia prende forma una delle illusioni più persistenti della modernità avanzata: la convinzione che l’ordine possa essere prodotto indipendentemente da una visione dell’umano, garantito dalla sola efficienza delle procedure o dalla forza delle strutture. Ma ogni ordine che non nasca dalla relazione è destinato a rivelare la propria fragilità. L’ordine autentico non è mai meccanico né imposto: è vivente, nasce dall’equilibrio tra libertà e responsabilità, tra autonomia e appartenenza, tra unità e differenza.

Dove questo equilibrio si spezza, l’ordine si irrigidisce in controllo o si dissolve in disgregazione. Si impone allora una domanda radicale, che attraversa ogni epoca di transizione: che cosa rende legittimo l’ordine? Non la sua capacità di imporsi, ma la sua attitudine a custodire la dignità; non la sua efficacia, ma la sua giustizia. L’ordine che si emancipa dal bene dell’uomo perde la propria misura e si espone all’arbitrio. Quando la legge si separa dalla giustizia, essa cessa di essere principio generativo e diventa strumento di contenimento; quando il potere si sottrae al servizio, esso smarrisce la propria ragion d’essere. Il problema, dunque, non è primariamente istituzionale o tecnico: è antropologico. Quale concezione della vita informa il nostro modo di abitare lo spazio pubblico? Quale idea di futuro orienta le nostre decisioni collettive? Un futuro ripiegato sull’autosufficienza individuale è un futuro fragile, privo di profondità.

Il futuro, per essere tale, deve aprirsi a ciò che trascende il singolo, a un bene che non coincide con l’utile immediato, ma che si inscrive nella responsabilità condivisa e nella destinazione comune. È in questo orizzonte che il bene comune rivela la sua natura più esigente. Esso non è una formula retorica né un ideale astratto, ma la trama invisibile che rende possibile il vivere insieme. Non è la somma degli interessi particolari, né un obiettivo esterno imposto alla libertà. Il bene comune non si possiede: si custodisce. Non si decreta: si genera. Vive nelle relazioni giuste, nelle istituzioni credibili, nelle leggi che sanno riconoscere il limite non come negazione della libertà, ma come sua condizione di possibilità. Pensare il bene comune significa riconoscere che la persona non è mai monade isolata né semplice funzione dei sistemi economici, politici o tecnologici, ma soggetto costitutivamente relazionale. La dignità non è un attributo accessorio né un riconoscimento contingente: è una realtà originaria, che precede ogni costruzione giuridica e orienta ogni legittimo esercizio del potere. Là dove questa consapevolezza si affievolisce, la convivenza si svuota di senso e la democrazia si riduce a procedura.

In tale contesto emerge con particolare urgenza la necessità di una intelligenza integrale, capace di ricomporre ciò che la frammentazione contemporanea tende a separare. Non un’intelligenza ridotta a prestazione, a calcolo o a pura competenza tecnica, ma un’intelligenza che sappia tenere insieme conoscenza e coscienza, sapere e responsabilità, efficacia e giustizia. Riprendersi il tempo per il pensiero non è un gesto nostalgico, né un lusso elitario: è un atto eminentemente pubblico. Pensare, in questo senso, significa innanzitutto fare le domande giuste. Significa sostare nell’interrogazione prima di assumere decisioni irreversibili, interrogare il senso prima di inseguire la soluzione, riconoscere la complessità del reale senza ridurla. La fretta decisionale, quando non è sostenuta dal pensiero, genera risposte che risolvono problemi immediati ma producono fratture più profonde.

Il pensiero non rallenta l’azione: la rende giusta. La crisi della cosa pubblica si manifesta anche nella tensione irrisolta tra uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale. Una comunità che proclama l’eguaglianza senza renderla effettivamente praticabile costruisce una democrazia fragile, esposta alla frustrazione e al conflitto. L’eguaglianza autentica non è soltanto davanti alla legge, ma nelle condizioni della vita: è la possibilità concreta per ciascuno di partecipare, di contribuire, di non essere escluso dalla costruzione del futuro comune.

Quando tali condizioni vengono meno, lo spazio pubblico si svuota e lascia emergere forme alternative di potere che si propongono come risposte immediate a bisogni reali, ma che spesso generano nuove dipendenze. La devianza, in questa prospettiva, non è solo un fenomeno individuale, ma il sintomo di una frattura più profonda, di un ordine che non riesce più a includere.

Da qui la responsabilità delle istituzioni, chiamate non soltanto a regolare, ma a custodire: custodire le relazioni, sostenere le fragilità, accompagnare senza sostituirsi. Ma nessuna istituzione può surrogare la responsabilità dei cittadini. Il bene comune non è delegabile: esso nasce sempre da una corresponsabilità diffusa, da una cultura del noi che superi l’individualismo e la logica dell’interesse isolato. Ristabilire un ordine, o ricostruirlo laddove sia stato turbato, non significa tornare a forme rigide del passato, ma ritrovare un’armonia dinamica, capace di abitare la complessità senza dissolverla.

L’ordine non è immobilità, ma equilibrio in movimento; non è uniformità, ma unità che custodisce le differenze; non è dominio, ma composizione. In questo orizzonte, la cosa pubblica può tornare a essere ciò che le è proprio, un luogo di pensiero condiviso, nel quale il potere si misura sulla sua capacità di servire e la libertà sulla sua attitudine a generare responsabilità. Solo così il vivere comune si sottrae all’illusione e ritrova la sua verità più profonda: come cammino aperto, come promessa condivisa, come futuro che non appartiene a qualcuno, ma a tutti.