La Commissione europea ha autorizzato un prestito di salvataggio fino a 390 milioni di euro per Acciaierie d’Italia (AdI), ex Ilva, secondo le norme UE sugli aiuti di Stato. La misura ha l’obiettivo di garantire la continuità operativa del principale produttore siderurgico integrato italiano in una fase di grave crisi finanziaria, fino al trasferimento degli asset a un nuovo operatore selezionato tramite gara.
Il finanziamento è temporaneo, limitato e vincolato a precise condizioni: servirà a coprire i costi operativi essenziali — stipendi, fornitori, servizi — per un periodo massimo di sei mesi. Entro la scadenza, l’Italia dovrà presentare un piano di ristrutturazione o liquidazione, oppure dimostrare il rimborso del prestito.
Cos’è il prestito di salvataggio approvato dall’UE
L’intervento autorizzato da Bruxelles rientra negli strumenti di aiuto al salvataggio per imprese in difficoltà, previsti dalle regole europee sulla concorrenza. In sintesi, il prestito:
- ha un importo massimo di 390 milioni di euro
- ha durata limitata a sei mesi
- è destinato solo ai costi operativi correnti (salari, forniture, gestione)
- deve essere concesso a condizioni di mercato comparabili a quelle disponibili per altre imprese
- è temporaneo e ponte verso una soluzione strutturale (vendita, ristrutturazione o liquidazione)
La Commissione ha ritenuto la misura proporzionata e necessaria per evitare un’interruzione improvvisa delle attività produttive, che avrebbe effetti rilevanti sul piano sociale ed economico.
Perché Acciaierie d’Italia è in crisi
Acciaierie d’Italia è attualmente in procedura di insolvenza da febbraio 2024. L’azienda — che gestisce gli impianti dell’ex Ilva — affronta un forte fabbisogno di liquidità e una situazione finanziaria deteriorata.
Secondo la valutazione europea, senza sostegno temporaneo la società non sarebbe in grado di sostenere le spese correnti nel periodo necessario a completare la gara per il nuovo operatore industriale, già avviata dallo Stato italiano.
La Commissione sottolinea inoltre che:
- né AdI né il suo predecessore Ilva hanno ricevuto aiuti di salvataggio o ristrutturazione negli ultimi dieci anni
- l’aiuto è calibrato sul deficit di liquidità previsto
- non dovrebbe alterare in modo indebito la concorrenza nel mercato interno dell’acciaio.
Il peso industriale dell’ex Ilva di Taranto
Acciaierie d’Italia è il principale produttore siderurgico integrato italiano, con:
- 8 siti tra produzione e assistenza
- circa 10.000 lavoratori complessivi
- il sito principale a Taranto, tra i più grandi d’Europa.
Lo stabilimento di Taranto:
- si estende su circa 15 milioni di metri quadrati
- impiega circa 8.000 addetti
- ha una capacità produttiva autorizzata fino a 6 milioni di tonnellate annue di acciaio al carbonio grezzo.
La produzione serve numerose filiere strategiche:
- automotive e componentistica
- elettrodomestici
- edilizia e infrastrutture
- packaging
- ingegneria meccanica
- settore energetico.
Un blocco improvviso dell’attività avrebbe quindi effetti a catena su più comparti industriali.
Impatto su lavoro e territorio: il caso Puglia
Nella decisione, la Commissione europea richiama esplicitamente il rischio di disagio sociale, in particolare in Puglia, dove il tasso di disoccupazione è stabilmente sopra la media UE.
La cessazione improvvisa delle attività potrebbe:
- aggravare la situazione occupazionale locale
- interrompere catene di fornitura nazionali
- colpire imprese collegate alla filiera dell’acciaio.
Sul fronte sindacale è stata annunciata una conferenza stampa per chiedere chiarimenti sulla richiesta di proroga della cassa integrazione per circa 4.450 lavoratori per ulteriori 12 mesi.
Stato degli impianti: altoforni e ripartenze previste
Importanti novità sono previste anche sul piano operativo. Attualmente è in funzione solo l’Altoforno 4, mentre l’Altoforno 2 dovrebbe ripartire intorno al 20 febbraio, dopo oltre due anni di fermo (secondo comunicazioni aziendali).
L’Altoforno 1 risulta invece ancora sotto sequestro senza facoltà d’uso.
La continuità produttiva è uno degli elementi chiave per mantenere valore industriale in vista della cessione al nuovo operatore.
Ambiente e procedura d’infrazione: cosa resta aperto
Il via libera al prestito non chiude i dossier ambientali legati allo stabilimento di Taranto. Resta aperta una procedura d’infrazione europea contro l’Italia per il rispetto delle norme sulle emissioni industriali.
La prospettiva industriale delineata dalle istituzioni europee e nazionali punta alla decarbonizzazione del sito, con:
- progressiva uscita dal carbone
- introduzione di forni elettrici
- investimenti su tecnologie meno emissive.
L’eventuale nuovo operatore dovrà assumere impegni precisi su questi aspetti.
Quadro normativo UE: come è stata valutata la misura
La Commissione ha esaminato il prestito alla luce delle norme UE sugli aiuti di Stato, tenendo conto delle particolarità del settore siderurgico.
Il comparto acciaio è stato a lungo escluso dagli orientamenti generali del 2014 sugli aiuti al salvataggio e alla ristrutturazione. Alla luce dei cambiamenti intervenuti nei mercati siderurgici europei e globali, Bruxelles ha segnalato l’intenzione di aggiornare il quadro di riferimento includendo il settore.
In questo contesto, l’esecutivo europeo ha concluso che l’aiuto:
- è temporaneo e mirato
- non distorce indebitamente la concorrenza
- tutela continuità produttiva e stabilità sociale
- rispetta il principio di proporzionalità.
Cosa succede nei prossimi sei mesi
Entro il periodo coperto dal prestito dovrà emergere una soluzione strutturale. Le opzioni previste dalle regole UE sono tre:
- Trasferimento degli asset a un nuovo operatore tramite gara
- Presentazione di un piano di ristrutturazione approvato
- Avvio di un piano di liquidazione ordinata.
In alternativa è previsto il rimborso integrale del prestito.
Il finanziamento europeo rappresenta quindi una misura ponte, non una soluzione definitiva, in un passaggio cruciale per il futuro dell’ex Ilva, dell’industria siderurgica italiana e del polo di Taranto.