Tra appunti digitali, lezioni on demand e assistenti virtuali, il modo di prepararsi agli esami è irriconoscibile rispetto a dieci anni fa. Ma non tutto ciò che è nuovo funziona meglio.
Gli studenti del 2025 che si sono iscritti all’università affrontano la vita accademica con tantissimi strumenti tech che solo la scorsa generazione erano impensabili. Dall’intelligenza artificiale che riassume ore di lezione con schemi, mappe concettuali e appunti alle piattaforme che permettono addirittura di laurearsi studiando da remoto senza mai mettere piede in un’aula fino alle app che trascrivono e sintetizzano.
Eppure, paradossalmente, alcuni studi recenti suggeriscono che scrivere a mano rimane importante per fissare i concetti nella memoria a lungo termine. Il cervello, a quanto pare, non si è ancora adattato alla velocità del progresso.
La trasformazione è comunque innegabile e sta ridisegnando non solo come si studia, ma anche chi può permettersi di farlo. Approfondiamo insieme la tematica.
L’intelligenza artificiale entra in biblioteca
ChatGPT, Claude, Gemini: nomi che fino a 2 anni fa dicevano poco o nulla, oggi sono compagni quotidiani di milioni di studenti. Li usano per chiarire passaggi ostici dei manuali, per farsi spiegare teoremi in modo diverso dal professore, per generare schemi e mappe concettuali.
C’è chi li considera una scorciatoia pericolosa. Chi invece li difende come democratizzazione del sapere: non tutti possono permettersi ripetizioni private, e un chatbot disponibile livella (almeno in parte) le disuguaglianze.
Il problema, ovviamente, è l’affidabilità. I modelli linguistici sbagliano, inventano e persino arrivano a confondere. Uno studente di medicina che si fida ciecamente di una risposta generata automaticamente rischia grosso. Ma questo vale anche per Wikipedia, per i forum online, per i riassunti comprati al mercatino dell’usato. La differenza è che l’IA sbaglia con una sicurezza disarmante. Talvolta mostra addirittura delle statistiche totalmente inventate.
Alcune università hanno iniziato a integrare questi strumenti nei corsi, insegnando agli studenti come usarli criticamente. Altre li hanno banditi, almeno formalmente. La maggior parte, più realisticamente, fa finta di niente.
Atenei senza muri: il boom delle telematiche
Il numero di iscritti alle università telematiche in Italia è esploso negli ultimi anni. Pegaso, eCampus, Uninettuno: nomi che un tempo evocavano scetticismo ma che oggi compaiono sempre più spesso nei curriculum.
Le ragioni sono diverse. C’è il lavoratore che vuole una laurea ma non può frequentare, il genitore che riprende gli studi interrotti, lo studente fuori sede che non riesce a sostenere i costi di un affitto a Milano o Bologna. Il target è davvero ampio.
La qualità? Le telematiche offrono percorsi seri, docenti preparati, esami rigorosi. Nonostante lo scetticismo, possiamo dire che il valore è equiparato. Mancano la socialità e il confronto, ma non possiamo pensare che la preparazione sia inferiore solo perché ottenuta tramite web.
Intanto spiccano strumenti che permettono di registrare le lezioni, trascriverle automaticamente e persino generare riassunti. Utile per chi ha difficoltà di apprendimento. Comodo per chi preferisce riascoltare con calma. Rischioso per chi pensa che basti premere “rec” per aver studiato. Perché la tecnologia può facilitare l’accesso all’informazione ma trasformarla in conoscenza, quella vera, richiede ancora fatica e probabilmente, ogni tanto, carta e penna.
Insomma, è evidente che la tecnologia stia profondamente cambiando il mondo universitario ma è importante usufruirne proprio come in qualsiasi altro settore: deve risultare un supporto, non una sorta di scorciatoia per delegare compiti e tesi.