Il 22 e 23 marzo 2026 si avvicina la data del tanto atteso referendum sulla riforma della Giustizia, ma il percorso verso le urne non è privo di polemiche.
Il Tar del Lazio ha recentemente respinto il ricorso presentato dal “Comitato dei 15“, un gruppo di promotori del referendum, che chiedevano la sospensione del decreto che stabilisce la data della consultazione. La decisione dei giudici amministrativi ha segnato una nuova fase nella battaglia politica sul tema, mentre continuano a emergere divergenze tra maggioranza e opposizioni, in particolare sulla questione del voto per i fuorisede.
Il ricorso respinto
Il Tar ha dichiarato legittima la procedura che ha portato alla fissazione delle date del referendum, sottolineando che era stata avviata correttamente da uno dei soggetti legittimati dall’articolo 138 della Costituzione, ovvero i parlamentari. Una volta che l’Ufficio centrale della Cassazione ha verificato la legittimità della richiesta, il governo ha l’obbligo di convocare la consultazione senza indugi.
Secondo il Tar, non sussistono motivi giuridici che giustifichino una sospensione del decreto, in quanto la richiesta di un altro quesito referendario, legato a un’iniziativa dei promotori del “NO”, è ancora in fase di verifica. I giudici hanno quindi escluso che un evento futuro e incerto, come l’ammissione di un secondo quesito, possa bloccare o ritardare il processo.
I ricorrenti, infatti, avevano chiesto che le date del referendum, fissate per il 22 e 23 marzo, fossero sospese fino alla verifica delle 500.000 firme raccolte a favore del “NO”, ma il Tar ha escluso che un’eventuale ammissione di un altro quesito possa influire sulla programmazione già in corso. La macchina democratica, una volta avviata, non può essere fermata da chi interviene successivamente, indipendentemente dal numero di firme raccolte, ha sentenziato il Tar.
Polemica sul voto dei fuorisede
La decisione del Tar è stata accolta positivamente dal governo e dal centrodestra. Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ha definito la motivazione “di una chiarezza adamantina”. Secondo Nordio, essendo il referendum confermativo, una volta che il Parlamento ha avviato la procedura, non era necessario raccogliere ulteriori firme, rendendo le 500.000 raccolte dai promotori un’iniziativa “superflua”.
“Si è trattato di un espediente dilatorio”, ha aggiunto il ministro, sperando che questo fosse l’ultimo tentativo di rallentare il processo.

Nel frattempo, il Comitato ‘Giusto dire No’ ha ribadito il proprio impegno, con il presidente Enrico Grosso che ha dichiarato:
“La nostra campagna d’informazione continua, forte dell’interesse crescente che nelle ultime settimane hanno mostrato i cittadini”.
La vittoria ottenuta con la raccolta delle firme, che ha visto un’accelerazione dopo il ricorso, ha dato nuova spinta al Comitato, che ora guarda con fiducia al referendum.
Il voto fuorisede
Un altro tema caldo ha infiammato il dibattito: quello del voto per i cittadini fuorisede. Il centrosinistra ha sollevato forti critiche contro la decisione del governo di bocciare gli emendamenti che avrebbero permesso a lavoratori e studenti fuori dal proprio comune di residenza di votare al referendum.
Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, aveva già chiesto alla premier Giorgia Meloni un ripensamento, sottolineando:
“Siamo in un Paese che ha visto l’astensionismo andare oltre il 50%, ci eravamo illusi che fosse un problema sentito da tutte le forze politiche”.
La bocciatura degli emendamenti da parte della maggioranza ha sollevato nuove polemiche, con le opposizioni che accusano il governo di non voler favorire la partecipazione dei cittadini fuorisede.
Gli emendamenti bocciati erano stati presentati da Più Europa, Pd, M5S, Avs, Azione e Iv, e chiedevano di consentire a chi vive lontano dal proprio comune di residenza, come studenti e lavoratori, di votare anche in un’altra località.
Il governo, tramite la sottosegretaria Wanda Ferro, ha giustificato la bocciatura con presunti “problemi tecnici dovuti ai tempi”. Tuttavia, molti esponenti dell’opposizione ritengono che la vera ragione sia politica, accusando la maggioranza di temere il voto di milioni di cittadini che vivono e lavorano fuori dalla loro città di residenza.
Marianna Madia, deputata del Pd e prima firmataria dell’emendamento, ha dichiarato:
“Temo che l’unica vera ragione sia che questo è un referendum confermativo senza quorum, e quindi non interessa a chi sta al governo”.
Secondo Vittoria Baldino (M5S), la maggioranza “non vuole permettere ai cittadini fuorisede di votare e si nasconde dietro presunti problemi tecnici, ma in realtà si tratta di una scelta politica”.
Riccardo Magi, segretario di Più Europa, ha definito la decisione “uno schiaffo a quei milioni di italiani che lavorano e studiano fuori”.
Il Governo: nessuna sorpresa
Il governo ha risposto con fermezza, sostenendo che le difficoltà tecniche legate all’organizzazione del voto fuori sede sono insormontabili in tempi così stretti. Tuttavia, il centrosinistra non demorde e continua a chiedere un ripensamento, denunciando che la scelta di negare il voto ai fuorisede è un’ulteriore dimostrazione di come l’esecutivo stia cercando di limitare la partecipazione democratica.
Elly Schlein ha evidenziato che la proposta di legge del Pd sul voto fuori sede è a costo zero e non dovrebbe essere un motivo di divisione tra maggioranza e opposizione.
“Ci sono provvedimenti che, almeno sulla carta, unirebbero tutti, ma che non vengono approvati. Questo è il caso del voto fuori sede”, ha dichiarato, esprimendo delusione per il fatto che la destra non abbia ascoltato l’appello di milioni di italiani.
Un nodo che torna
La discussione sul voto fuori sede riflette un problema strutturale più ampio che coinvolge il nostro paese. Circa cinque milioni di italiani, tra studenti e lavoratori, sono costretti a vivere lontano dalla loro città di residenza. Questo dato sottolinea l’importanza di garantire a tutti i cittadini, indipendentemente da dove si trovino, il diritto di partecipare alle decisioni democratiche.
Virginia Libero, segretaria dei giovani democratici, ha ricordato che “non è una colpa essere fuori sede”. Molti italiani si spostano per motivi legati allo studio, al lavoro e alla ricerca di migliori opportunità, spesso costretti a farlo per mancanza di servizi o opportunità nei loro territori di origine. Per questo, l’emendamento sul voto fuori sede è visto come un passo necessario verso una maggiore inclusività e una democrazia che rispetti i diritti di tutti i cittadini.