L’editoriale di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia, dal titolo “La dignità che fonda il potere: merito, servizio e responsabilità nel tempo globale”.
Nel quadro di un pensiero autenticamente orientato al bene comune, il richiamo al merito non può mai essere confinato entro una logica autoreferenziale, selettiva o meramente competitiva. Ogni tentativo di isolare il merito dalla trama relazionale e solidale in cui esso prende forma finisce, inevitabilmente, per tradirne il significato più profondo, riducendolo a strumento di distinzione anziché a leva di responsabilità. In una prospettiva costituzionalmente e moralmente fondata, l’apologia del merito non si configura come celebrazione dell’eccellenza individuale in quanto tale, bensì come espressione esigente di fedeltà a un ordine di valori in cui il riconoscimento dei diritti inviolabili della persona è indissolubilmente congiunto al dovere di solidarietà politica, economica e sociale. È in questa intersezione, delicata e decisiva, che il merito rivela la sua natura autentica: non principio di separazione, ma criterio di responsabilizzazione; non fattore di esclusione, ma fondamento di un impegno più alto nei confronti della comunità. Il merito, quando è compreso nella sua verità, non legittima il dominio né consolida rendite di posizione, ma interpella la coscienza di chi è chiamato a esercitare una funzione pubblica, ricordandogli che ogni competenza riconosciuta genera un obbligo ulteriore di servizio. L’eccellenza, in questa luce, non è un privilegio da difendere, ma una responsabilità da assumere; non un punto di arrivo, ma una soglia che apre a un dovere più ampio. Si consuma qui un autentico ribaltamento di paradigma, tanto necessario quanto urgente. Il potere, spogliato di ogni tentazione proprietaria e di ogni deriva autoreferenziale, si manifesta nella sua essenza più alta come servizio alla comunità e come custodia del futuro. Non più potere come possesso, ma come relazione; non più autorità come imposizione, ma come assunzione consapevole di un compito che precede e supera l’interesse individuale. In questa prospettiva, governare significa prendersi cura, decidere significa rispondere, guidare significa anzitutto custodire ciò che non ci appartiene, ma che ci è affidato. La crisi che attraversa il nostro tempo è, in larga misura, una crisi di questa concezione alta del potere e della responsabilità pubblica. Viviamo una stagione paradossale, segnata da una sovrabbondanza di attori politici e da una crescente rarefazione della statura politica. Abbondano i politici, ma scarseggiano gli statisti.
L’azione pubblica appare sempre più compressa nell’orizzonte angusto dell’immediato, prigioniera dell’urgenza e del consenso istantaneo, mentre si affievolisce la capacità di pensare il lungo periodo e di assumere decisioni orientate al futuro. Il tempo della politica sembra essersi drasticamente contratto. Tutto è misurato sull’oggi, sulle prossime scadenze, sulle reazioni immediate dell’opinione pubblica. Raramente lo sguardo si estende alle prossime generazioni, quasi che il futuro non costituisca più una responsabilità, ma una variabile incerta da rinviare. Eppure, senza una visione di lungo periodo, l’attivismo frenetico delle agende quotidiane si rivela per ciò che realmente è: un’apparenza di movimento che non produce direzione, un’agitazione che non genera cammino. Si moltiplicano le iniziative, ma si smarrisce la rotta; si accelera il passo, ma si perde l’orientamento. Questa miopia non rimane confinata all’ambito interno degli Stati, ma si riflette con particolare evidenza sul piano internazionale. Il multilateralismo, faticosamente costruito come risposta civile, giuridica e politica alle tragedie del Novecento, appare oggi indebolito, quando non apertamente delegittimato. Al suo posto avanzano logiche di blocchi contrapposti, interessi strategici nazionali elevati a criterio assoluto, narrazioni di potenza che smarriscono la grammatica della cooperazione e il riconoscimento della dignità ontologica di ogni persona. La cooperazione internazionale viene spesso evocata nei documenti e nei discorsi ufficiali, ma svuotata nella prassi quotidiana. Il dialogo è proclamato come valore, ma contraddetto da comportamenti che privilegiano lo scontro, la competizione e la chiusura. Si assiste così a una progressiva erosione della fiducia nelle istituzioni sovranazionali, sempre più percepite come meri strumenti tecnici o come facilitatori di relazioni economiche, piuttosto che come luoghi di elaborazione di un destino comune. Eppure, la lezione della storia rimane inequivocabile: nessuno si salva da solo. Questo principio, inscritto nella memoria collettiva dell’umanità dopo le grandi catastrofi del secolo scorso, costituisce il fondamento etico di ogni autentico ordine internazionale. La dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana non è un ornamento retorico, ma il presupposto stesso della libertà, della giustizia e della pace nel mondo. Ogni volta che questo fondamento viene relativizzato o subordinato a interessi contingenti, l’intero edificio della convivenza internazionale si indebolisce. Osservando il contesto globale contemporaneo, colpisce una diffusa anestesia percettiva.
Si parla di internazionalità, ma si continua a pensare secondo schemi neocoloniali; si invoca la cooperazione, ma si pratica lo scontro; si evoca l’incontro tra le culture, ma si persevera nella logica della contrapposizione. È come se il linguaggio globale avesse smarrito la capacità di interrogarsi sul senso, riducendosi a una comunicazione semplificata che confonde la rapidità con la profondità, l’immediatezza con la comprensione, il messaggio breve con l’analisi. In questo scenario, la politica internazionale rischia di diventare prigioniera di una comunicazione istantanea che premia la reazione più che la riflessione, l’affermazione identitaria più che l’ascolto, la forza simbolica più che la coerenza etica. Ma senza un pensiero capace di sostare nella complessità, ogni decisione si espone al rischio di essere inefficace o ingiusta. La complessità non è un ostacolo da aggirare, bensì una categoria essenziale del pensiero responsabile, soprattutto quando in gioco vi è il destino delle persone e dei popoli. Vi è dunque molto da fare, ma prima di agire è necessario fermarsi a pensare. Occorre tornare a porre domande di senso, a livello nazionale e internazionale: dove stiamo andando e perché. Quale idea di umanità orienta le nostre scelte? Quale concezione del progresso informa le nostre politiche? Sottrarsi alla superficialità del breve periodo significa riappropriarsi del tempo lungo della responsabilità, riconoscendo che le decisioni di oggi plasmano il mondo di domani. In questa prospettiva, la dignità della persona umana non può essere trattata come un concetto astratto né come un artificio retorico. Essa è una realtà vivente, esigente, irriducibile, che interpella le istituzioni nella loro stessa legittimità. Ogni vita umana, indipendentemente dalla cultura, dal popolo, dalla condizione sociale o giuridica, anche quella dell’apolide e dello scartato, reca in sé una dignità che non è conferita dall’esterno, ma riconosciuta come intrinseca. È una dignità che domanda studio, umiltà e consapevolezza del limite, ricordando che dietro ogni volto umano si radica una dignitas infinita che precede ogni ordinamento. Solo su questo fondamento può rinascere una cooperazione autentica, capace di superare la riduzione degli organismi sovranazionali a strumenti tecnici o mercantili, per restituire loro la vocazione originaria di custodi del futuro comune. Cooperare non significa semplicemente coordinare interessi, ma condividere responsabilità; non equivale a sommare vantaggi, ma a costruire fiducia; non si esaurisce nella gestione delle crisi, ma si radica nella prevenzione delle ingiustizie.
In questo cammino, l’Italia possiede una bussola preziosa nella propria architettura costituzionale, là dove il dovere di solidarietà si configura come architrave della convivenza civile e criterio orientativo dell’azione pubblica. Far vivere oggi questo principio significa tradurlo in visione, responsabilità e coraggio politico. Significa assumere che il futuro non è un evento da attendere, ma un orizzonte da costruire insieme, affinché esso non sia soltanto speranza evocata, ma diritto riconosciuto e condiviso tra i popoli.