Minneapolis resta al centro di una delle crisi politiche e sociali più gravi dell’ultimo periodo negli Stati Uniti. Dopo l’uccisione di Alex Pretti durante un’operazione federale anti-immigrazione, le proteste contro l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) si sono ulteriormente intensificate, costringendo la Casa Bianca a rivedere le proprie strategie e ad affidare la gestione delle operazioni sul campo a una figura chiave dell’apparato trumpiano: Tom Homan, lo “zar delle frontiere“.
L’invio di Homan, annunciato direttamente dal presidente Donald Trump, arriva in un contesto di altissima tensione, segnato da scontri politici, proteste di piazza, inchieste giudiziarie e crescenti fratture anche all’interno del Partito Repubblicano. Secondo la Casa Bianca, Homan assumerà il comando delle operazioni dell’ICE in Minnesota “per continuare ad arrestare i peggiori criminali immigrati irregolari“, coordinandosi anche sulle indagini relative a una presunta frode assistenziale miliardaria nello Stato.

Chi è Tom Homan, il falco delle deportazioni
Tom Homan, 64 anni, è uno dei funzionari più noti e controversi della politica migratoria americana. Ex poliziotto nello Stato di New York ed ex agente della Border Patrol, ha guidato il dipartimento deportazioni dell’ICE sotto l’amministrazione Obama, periodo in cui l’agenzia registrò numeri record di rimpatri. Per quell’attività ricevette anche il Presidential Rank Award, la più alta onorificenza per un funzionario federale.

Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, Homan venne promosso direttore dell’ICE e divenne una delle menti della politica di “tolleranza zero”, associata alla separazione di migliaia di bambini migranti dai genitori. Lasciato l’incarico nel 2018, non ha mai smesso di sostenere pubblicamente le deportazioni di massa e di attaccare le cosiddette “città santuario”, definite più volte “santuari per criminali“.
Ora Homan torna in prima linea, riferendo direttamente al presidente, in una missione che punta ufficialmente alla de-escalation ma che rischia di riaccendere ulteriormente lo scontro.
Una crisi che scuote la Casa Bianca
L’uccisione di Pretti – la seconda in un mese dopo quella di Renee Good – ha acceso proteste diffuse. Centinaia di manifestanti hanno assediato un hotel dove alloggiavano agenti federali, con scritte contro l’ICE, vetrate colpite e interventi della polizia con lacrimogeni. In città sono nate reti di resistenza civile, con fischietti per segnalare la presenza degli agenti, catene umane davanti alle scuole e distribuzione di viveri alle famiglie di migranti.
A sorprendere è stata anche la solidarietà di parte delle forze dell’ordine locali. La Guardia Nazionale ha distribuito caffè e cioccolata calda ai manifestanti, mentre il capo della polizia di Minneapolis, Brian O’Hara, ha dichiarato che Pretti stava esercitando il diritto di filmare le forze dell’ordine e di portare legalmente un’arma, come previsto dal Primo e dal Secondo Emendamento.
Le autorità federali continuano a sostenere la versione della legittima difesa, ma i video diffusi dai media mostrano Pretti accerchiato, gettato a terra e colpito da una raffica di spari. Le indagini sono ora affidate all’FBI, al Dipartimento per la Sicurezza interna e alla stessa Border Patrol, ma la fiducia locale resta bassa.
Segnali di de-escalation e crepe politiche
Nel tentativo di abbassare la tensione, Trump ha avuto una telefonata con il governatore democratico del Minnesota Tim Walz, definita da entrambi “positiva“. La Casa Bianca ha fatto sapere che il presidente valuterà una riduzione del numero di agenti federali se aumenterà la cooperazione con le autorità locali sui “criminali violenti”.

Parallelamente, Gregory Bovino, comandante della Border Patrol e volto pubblico dell’operazione “Metro Surge”, è stato rimosso dal suo incarico e tornerà in California, dove andrà a breve in pensione. Secondo i media, la sua estromissione segnala un ripensamento delle tattiche federali dopo le forti critiche ricevute.
La crisi ha aperto fratture anche tra i repubblicani. Chris Madel, candidato del GOP alla carica di governatore del Minnesota, si è ritirato dalla corsa definendo l’operazione dell’ICE un “disastro totale“. Voci critiche si sono alzate anche al Congresso, dove senatori repubblicani chiedono inchieste indipendenti e negano “carta bianca” agli agenti federali.
Lo “zar” chiamato a salvare l’operazione
Secondo Axios, Trump punta ora a “un ritiro dal Minnesota con onore“, evitando che la sua offensiva anti-immigrazione appaia come una sconfitta politica. In questo scenario, Tom Homan è chiamato a svolgere un ruolo delicatissimo: ristabilire l’ordine, continuare le espulsioni e allo stesso tempo contenere l’impatto politico di una crisi che ha già mobilitato grandi aziende, sindaci, governatori e perfino editoriali dei quotidiani conservatori di Rupert Murdoch.

Resta da capire se la presenza dello “zar delle frontiere” riuscirà davvero a ridurre le tensioni o se, al contrario, finirà per radicalizzare ulteriormente uno scontro che a Minneapolis ha ormai assunto il valore di un caso nazionale.