Alta tensione

Attacco imminente degli Usa in Iran: Israele si prepara, l’ayatollah nel bunker

Washington ha inviato nel Medio Oriente la portaerei Abraham Lincoln, accompagnata da cacciatorpedinieri lanciamissili e da una dozzina di caccia F-15

Attacco imminente degli Usa in Iran: Israele si prepara, l’ayatollah nel bunker

Si fanno sempre più insistenti i rumors circa un imminente attacco Usa in Iran: Israele sarebbe a conoscenza dei piani dell’alleato americano e si starebbe preparando, intanto il ministero della Difesa di Tel Aviv ha già messo in guardia le compagnie aeree che transitano sui cieli del Medio Oriente.

Uno scenario che si ripete

Cresce la tensione in Iran. Negli ultimi giorni una voce si è fatta strada sui media internazionali e sui social network: Ali Khamenei si sarebbe rifugiato in un bunker sotterraneo a Teheran per timore di un attacco imminente degli Stati Uniti.

A rilanciare la notizia è stato soprattutto il sito Iran International, vicino all’opposizione iraniana. Secondo questa versione, la Guida Suprema sarebbe tornata nel rifugio blindato già utilizzato lo scorso giugno, durante la fase più acuta delle tensioni tra Iran, Israele e Stati Uniti. In quelle settimane, segnate dai raid sui siti nucleari iraniani, si parlò per la prima volta di un possibile allontanamento di Khamenei dalle residenze ufficiali.

Oggi lo scenario sembra ripetersi. Le voci raccontano di un leader che avrebbe affidato a uno dei figli, Masoud Khamenei, il compito di mantenere i rapporti con il governo mentre lui resterebbe protetto sottoterra. Ma, al di là delle indiscrezioni, non esistono prove concrete che confermino questa ricostruzione.

A smontare l’ipotesi è intervenuto il console iraniano a Mumbai, che ha invitato a non cadere in facili suggestioni. Khamenei, ha spiegato, dispone di un apparato di sicurezza imponente, ma questo non significa che si trovi nascosto in un bunker. Una smentita netta, che riporta la notizia nella sua dimensione reale: quella di una voce difficile da verificare, alimentata da una fase di fortissima tensione politica e militare.

Si alza la tensione

E di tensione, in effetti, ce n’è molta. Perché se la posizione fisica della Guida Suprema resta incerta, i movimenti militari degli Stati Uniti sono invece ben documentati. Washington ha inviato nel Medio Oriente la portaerei Abraham Lincoln, accompagnata da cacciatorpedinieri lanciamissili e da una dozzina di caccia F-15. Nelle basi della regione, soprattutto in Giordania, si registra un aumento della presenza aerea. Secondo il New York Times e il Wall Street Journal, Donald Trump ha chiesto al Pentagono di preparare un’“azione decisiva” contro Teheran.

Il presidente americano continua a muoversi su un doppio binario. Da un lato cerca di presentarsi come un leader prudente, sostenendo che l’Iran avrebbe rallentato le esecuzioni dopo le proteste scoppiate a dicembre. Dall’altro lato, però, alza il tono:

“Stiamo tenendo d’occhio l’Iran”, ha dichiarato.

E ha poi aggiunto che una grande flotta è già in rotta verso la regione. È la consueta strategia della pressione, fatta di minacce e improvvise aperture diplomatiche.

La risposta di Teheran

Teheran risponde con parole altrettanto dure.

“Qualsiasi attacco sarà trattato come una guerra totale”, ha detto un alto funzionario citato da Reuters.

I Guardiani della Rivoluzione assicurano di essere pronti a eseguire ogni ordine, mentre il generale Mohammad Pakpour ha parlato apertamente di “dito sul grilletto”. Dietro le frasi di circostanza, emerge la consapevolezza che lo scontro, se dovesse partire, avrebbe conseguenze imprevedibili per tutta la regione.

Anche Israele si muove

In questo contesto, da registrare anche la posizione di Israele, che non resta a guardare. A Tel Aviv è arrivato il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, l’ammiraglio Brad Cooper, per incontrare i vertici militari israeliani. Nello stesso momento, sono giunti in Israele Jared Kushner e l’inviato speciale Steve Witkoff, ufficialmente per discutere del futuro di Gaza e del cessate il fuoco, ma anche per fare il punto sul dossier iraniano. Un intreccio di diplomazia e preparativi militari che racconta meglio di qualsiasi indiscrezione la delicatezza del momento.

Le conseguenze

Il clima di allarme si riflette perfino nei cieli. Diverse compagnie aeree europee, tra cui KLM, Lufthansa e Air France, hanno sospeso per ore i voli verso alcune capitali mediorientali, temendo un’improvvisa escalation. Poi le rotte sono state ripristinate, segno che, almeno per ora, la crisi resta sotto controllo.

La situazione

In questo contesto, la storia del bunker di Khamenei appare soprattutto come un elemento di guerra psicologica. Una notizia utile a suggerire l’idea di un regime sotto assedio, di un leader costretto a nascondersi per paura. Ma, al momento, si tratta di una ricostruzione che poggia su una sola fonte e su molte suggestioni.

Ciò che invece è certo è che la tensione tra Iran, Stati Uniti e Israele è tornata ai livelli più alti degli ultimi anni. Navi da guerra, caccia, incontri segreti e minacce pubbliche disegnano uno scenario in cui la diplomazia cerca di guadagnare tempo, mentre i militari si preparano al peggio.

Se Khamenei sia davvero in un bunker resta una domanda senza risposta. Ma una cosa è chiara: la crisi è reale, e la nuova guerra, per ora rinviata, continua a incombere sul Medio Oriente.