Il declassamento del lupo entra ufficialmente nell’ordinamento italiano.
Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale n.16 di mercoledì 21 gennaio 2026 del Decreto 6 novembre 2025 del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, viene recepita la modifica della Direttiva Habitat dell’Unione europea: il lupo (Canis lupus) passa da specie “rigorosamente protetta” a specie “protetta”.
Un passaggio normativo che apre a una gestione più flessibile della specie, ma che non equivale – almeno formalmente – a un via libera immediato alla caccia. Ed è proprio su questo confine sottile che si concentrano le forti critiche del WWF e delle associazioni animaliste.
Decreto efficace ma serve cambiare una legge
Il decreto modifica il Dpr 357 del 1997, intervenendo sugli allegati che disciplinano il livello di tutela delle specie di interesse comunitario. In particolare: il lupo viene eliminato dall’allegato D, che elenca le specie soggette a protezione rigorosa e viene inserito nell’allegato E, che riguarda le specie il cui prelievo e sfruttamento possono essere oggetto di misure di gestione.
Dal punto di vista giuridico, il decreto è ora pienamente efficace. Tuttavia, la legge 157 del 1992, che disciplina la tutela della fauna selvatica in Italia, continua a considerare il lupo una specie rigorosamente protetta. Senza una modifica formale di quella legge, il declassamento non produce automaticamente l’apertura alla caccia.
Cosa cambia davvero: gestione e abbattimenti selettivi
Il significato concreto del declassamento è una maggiore flessibilità gestionale, non una rivoluzione. Le Regioni potranno definire piani di prelievo solo a fronte di specifiche necessità gestionali, come danni rilevanti e reiterati, dopo aver messo in atto tentativi di prevenzione.
Il parere di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) resta obbligatorio, ma non vincolante. Un ente locale potrà quindi procedere anche discostandosi dal parere tecnico, purché motivi in modo solido la decisione. Resta fermo il principio che non deve essere messo a rischio lo stato di conservazione della specie.

Nel documento tecnico di ISPRA e nel decreto del MASE sono state fissate le quote massime di prelievo: a livello nazionale il tetto teorico è di circa 160 lupi, pari a un tasso di abbattimento compreso tra il 3% e il 5% della popolazione stimata nelle aree montane. Questo non significa che verranno abbattuti 160 lupi, ma che eventuali interventi non potranno superare quel limite complessivo.
Alcune Regioni a statuto speciale, come Trentino e Alto Adige, avevano già autonomia gestionale e si erano preparate al declassamento. Per le Regioni a statuto ordinario, il cambiamento comporta una maggiore responsabilità diretta, senza il passaggio preventivo dal ministero.
Le critiche del WWF: “Scelta politica e ideologica”
Durissima la reazione del WWF Italia, che parla di “un ulteriore passo verso il declassamento del lupo” e denuncia una decisione che “ignora gli appelli del mondo scientifico”. Secondo l’associazione, il declassamento è una scelta politica e ideologica che non porterà alcun beneficio concreto al comparto zootecnico.
I dati citati dal WWF indicano che il lupo è responsabile della perdita di solo lo 0,6% del bestiame, mentre i problemi strutturali dell’allevamento sono ben altri. Per anni, sostiene l’organizzazione, Governo e Regioni hanno rifiutato di approvare il Piano Lupo e non hanno applicato in modo sistematico le misure di prevenzione dei danni, alimentando invece un allarme sociale per giustificare una soluzione “tanto drastica quanto inutile”.
“Il decreto apre la strada a una maggiore flessibilità nella gestione della specie, ma è fondamentale ribadire che il lupo non diventa una specie cacciabile”, sottolinea Dante Caserta, direttore Affari istituzionali e legali di WWF Italia, ricordando che manca ancora la modifica della legge 157/92.

Secondo il WWF, il nuovo assetto normativo rischia di aprire una lunga stagione di contenziosi legali.
“Oggi mancano dati aggiornati per molte aree italiane su quanti lupi vengono abbattuti già ora illegalmente”, afferma Isabella Pratesi, direttrice del programma Conservazione dell’associazione. “Senza un monitoraggio uniforme, garantire uno stato di conservazione soddisfacente diventa più complesso”.
Le associazioni animaliste ribadiscono inoltre che l’abbattimento non è la soluzione ai conflitti con le attività umane, come dimostrato da numerosi studi scientifici condotti in Europa e Nord America. La strada indicata è quella degli investimenti sulle misure di prevenzione incruente, considerate l’unico strumento efficace nel medio-lungo periodo.