Quando Donald Trump richiama gli acquisti territoriali del passato per giustificare il suo interesse per la Groenlandia, fa riferimento a una pratica che nel XIX secolo era relativamente comune, ma che appartiene a un mondo politico e giuridico molto diverso da quello attuale. Capire come avvennero quelle operazioni aiuta a capire perché oggi sono quasi impossibili.
L’Acquisto della Louisiana: l’affare che cambiò l’America
Nel 1803 gli Stati Uniti erano una giovane repubblica, ancora fragile e circondata da potenze coloniali europee. La Francia di Napoleone Bonaparte, alle prese con guerre in Europa e rivolte nelle colonie, aveva bisogno urgente di denaro per finanziare le sue campagne belliche.
La Louisiana – un territorio immenso che si estendeva dal Mississippi alle Montagne Rocciose – era difficile da difendere e amministrare. Così Parigi decise di venderla a Washington per 15 milioni di dollari.
Non ci furono referendum, né consultazioni delle popolazioni locali. L’accordo fu una transazione tra governi, motivata da interessi strategici reciproci. Per gli Stati Uniti significò raddoppiare il proprio territorio e diventare una potenza continentale.
All’epoca, l’idea che gli abitanti dovessero avere voce in capitolo non faceva parte della politica internazionale.
L’Alaska: la “follia” che diventò oro
Nel 1867 fu la Russia zarista a vendere un territorio agli Stati Uniti. San Pietroburgo temeva di perdere l’Alaska in un eventuale conflitto con la Gran Bretagna e preferì monetizzare un’area considerata remota e poco utile.
Il prezzo fu di 7,2 milioni di dollari. In America l’accordo venne deriso come “la follia di Seward”, dal nome del segretario di Stato che lo aveva negoziato. Solo decenni dopo, con la scoperta di oro, petrolio e gas, l’acquisto si rivelò uno dei più redditizi della storia.
Anche qui, nessun coinvolgimento delle popolazioni indigene. Il territorio era visto come oggetto strategico, non come comunità da consultare.
La Danimarca e le Isole Vergini: il precedente più vicino alla Groenlandia
Il caso che Trump cita più spesso è quello del 1917, quando la Danimarca vendette agli Stati Uniti le Indie Occidentali Danesi, oggi Isole Vergini Americane.
La motivazione era soprattutto militare: Washington temeva che, durante la Prima guerra mondiale, la Germania potesse usare quelle isole come base navale nei Caraibi. Copenaghen, potenza minore e sotto pressione, accettò la vendita per 25 milioni di dollari in oro.
Questo è il precedente più simile alla Groenlandia perché coinvolge gli stessi Paesi e una logica di sicurezza. Ma anche in questo caso il contesto era radicalmente diverso:
- la decolonizzazione non era ancora iniziata
- l’autodeterminazione non era un principio giuridico vincolante
- le grandi potenze decidevano i confini.
Oggi valgono regole completamente diverse
Dopo la Seconda guerra mondiale, il mondo ha cambiato approccio. La Carta delle Nazioni Unite ha fissato principi oggi considerati intoccabili:
- autodeterminazione dei popoli
- inviolabilità dei confini
- divieto di acquisizione territoriale tramite pressioni economiche o militari.
In altre parole, un territorio non può essere “venduto” senza il consenso della popolazione che lo abita. Ed è qui che il piano di Trump si inceppa: sia la Danimarca sia il governo groenlandese hanno chiarito che la Groenlandia non è in vendita.
Perché la Groenlandia è diventata improvvisamente centrale
La Groenlandia non è solo ghiaccio. È:
- un punto chiave per il controllo dell’Artico
- una piattaforma strategica tra Nord America, Europa e Russia
- un’area ricca di risorse minerarie e terre rare
- una base fondamentale per i sistemi di difesa antimissile.
Con il riscaldamento globale e l’apertura di nuove rotte artiche, l’isola è diventata uno dei nuovi fronti della competizione globale. Ed è qui che entrano in gioco anche Cina e Russia, citate più volte da Trump come potenziali rivali.
PER APPROFONDIRE: Perché gli Usa vogliono la Groenlandia e cosa cambierebbe se diventasse americana
Perché l’uso dei dazi cambia tutto
La novità più controversa non è solo l’idea di comprare la Groenlandia, ma il metodo: usare i dazi commerciali come strumento di pressione geopolitica. Secondo molti osservatori europei, questa strategia rischia di:
- indebolire le relazioni transatlantiche
- creare un precedente pericoloso
- trasformare una disputa diplomatica in una guerra commerciale.
È per questo che Bruxelles parla di rischio di “spirale discendente”.
Un test per l’ordine internazionale
La vicenda Groenlandia va oltre Trump e oltre l’Artico. Tocca un nodo centrale: le regole che tengono insieme l’ordine internazionale. Se la pressione economica bastasse a cambiare i confini, verrebbe messo in discussione un principio che l’Europa considera fondamentale dopo il Novecento.
Ed è anche per questo che, oggi, la Groenlandia è diventata molto più di un’isola: è un banco di prova per i rapporti tra Stati Uniti, Unione europea e le grandi potenze globali.