Sono tornati in Italia questa mattina Alberto Trentini e Mario Burlò, dopo oltre 14 mesi di detenzione in Venezuela. Il Falcon del XXXI, partito da Caracas, è atterrato all’aeroporto di Ciampino intorno alle 8:30. Ad attenderli, le famiglie e le autorità italiane. Con le prime dichiarazioni ufficiali, i due italiani e i loro familiari hanno raccontato di aver riconquistato la libertà a caro prezzo.
Trentini: “Bisogno di giornate serene per cancellare brutti ricordi”
“Siamo felicissimi oggi, ma la nostra felicità ha un prezzo altissimo. Non si possono cancellare le sofferenze di questi interminabili 423 giorni”.
È il messaggio condiviso da Alberto Trentini e dalla sua famiglia, letto dall’avvocata Alessandra Ballerini all’uscita dall’aeroporto. Una dichiarazione che restituisce la misura di un’attesa lunghissima, segnata dall’angoscia e dall’incertezza.

“Da adesso in poi abbiamo bisogno di vivere giornate serene e costruttive per tentare di cancellare i brutti ricordi e superare le sofferenze di questi 14 mesi”, hanno aggiunto chiedendo rispetto e riservatezza per affrontare il futuro lontano dal clamore mediatico.
Un pensiero, nelle parole di Trentini e dei suoi familiari, è andato anche a chi è ancora detenuto:
“La solidarietà dentro e fuori dal carcere è stata la nostra salvezza. Pensiamo a tutte le persone che non possono ancora stringere le braccia dei loro familiari“.
Accanto a lui, Mario Burlò ha affidato il racconto della sua detenzione a parole cariche di dolore ma anche di sollievo.
“Ce l’abbiamo fatta, ma è stata davvero dura“, ha detto l’imprenditore, parlando di un’esperienza che ha definito “un vero e proprio sequestro“. Burlò ha spiegato di non aver subito violenze fisiche, ma di aver vissuto una pressione psicologica costante.
“Non poter parlare con i propri figli per un anno è stato difficilissimo. La prima chiamata l’ho fatta dopo undici mesi e mezzo. Mi hanno contestato il terrorismo. Ma cosa c’entro io? Non ho mai fatto politica, nemmeno in Italia”, aveva raccontato Burlò al suo avvocato quando si trovava ancora a Caracas.
Un’accusa che lui stesso ha definito “folle e infondata“, affrontata facendo leva sul pensiero dei figli e sulla convinzione di non essere solo.
“Sapevo che il governo c’era, che la mia famiglia mi sosteneva. Questo mi ha dato la forza di andare avanti“.

Al suo arrivo a Ciampino, l’imprenditore torinese ha parlato apertamente delle condizioni di detenzione: isolamento, assenza di diritto di difesa, impossibilità di comunicare con i familiari e con l’avvocato.
“Quando uno lede il diritto di parlare e il diritto di difesa, è una tortura. Dormivamo per terra, con gli scarafaggi. Io la definisco l’Alcatraz peggiore“. La paura più grande, ha ammesso, è stata quella di non rivedere i figli: “Avevo paura che ci avrebbero ammazzato. Qui pensavano che io fossi morto“.
“Ho perso 30 chili, ma non importa. L’importante è essere tornato e aver riabbracciato i miei ragazzi”, ha aggiunto Burlò, definendo”un piacere immenso” il momento dell’abbraccio con i figli Gianna e Corrado. “Chiedo solo a tutti i genitori di dare un forte abbraccio ai propri figli: è la gioia più grande“.