Alberto Trentini e Mario Burlò sono rientrati oggi, martedì 13 gennaio 2025, in Italia dopo oltre 14 mesi di detenzione nelle carceri venezuelane. Il cooperante veneziano e l’imprenditore piemontese sono stati liberati nelle scorse ore e sono stati riportati in patria a bordo di un volo di Stato partito da Caracas e arrivato questa mattina all’aeroporto militare di Ciampino.
Ad accoglierli la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha annunciato un’informativa urgente in Parlamento e ha ribadito l’impegno del governo per gli altri 42 detenuti politici italiani ancora reclusi in Venezuela.

Il ritorno in Italia e le prime parole di Trentini e Burlò
“Non vedo l’ora di tornare in Italia e riabbracciare la mia famiglia”, hanno dichiarato entrambi, quasi all’unisono, ai microfoni del Tg1. Trentini ha parlato dalla residenza dell’ambasciata italiana a Caracas poche ore prima della partenza:
“Sono libero. Desidero ringraziare il presidente del Consiglio, il Governo italiano, il ministro Tajani e tutto il corpo diplomatico che ha lavorato senza sosta per la nostra liberazione”.
Al Tg1 le prime parole di Alberto Trentini e Mario Burlò.#Tg1 pic.twitter.com/ng4SWitEkz
— Tg1 (@Tg1Rai) January 12, 2026
Il volo di rientro è decollato nella notte con a bordo anche il direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli, confermando il ruolo decisivo svolto dall’intelligence italiana nelle lunghe e complesse trattative diplomatiche.
Oltre 400 giorni nel carcere di massima sicurezza El Rodeo 1
Alberto Trentini, 46 anni, originario di Venezia, e Mario Burlò, 53 anni, imprenditore torinese, sono stati detenuti per oltre 400 giorni nel carcere di massima sicurezza El Rodeo 1, a Guatire, a circa 45 chilometri da Caracas.
Entrambi sono apparsi provati fisicamente, ma in condizioni discrete. Burlò ha perso quasi 30 chili, soffre di diabete e ipertensione, condizioni che hanno reso la sua detenzione particolarmente rischiosa. Trentini ha raccontato di non aver potuto leggere nulla in cella, se non una Bibbia in spagnolo, e di essersi arrangiato senza cure adeguate per la vista.
Nonostante le condizioni dure, i due hanno riferito di non aver subito maltrattamenti.
“E’ stato peggio che ad Alcatraz. Ci siamo sostenuti a vicenda, la nostra amicizia è stata fondamentale per resistere”, ha spiegato Trentini.
La liberazione e la prima notte da uomini liberi
La svolta è arrivata domenica sera, quando il ministro Tajani ha ricevuto la telefonata del suo omologo venezuelano Yvan Gil, che annunciava la decisione della presidente ad interim Delcy Rodríguez di procedere alla scarcerazione.
Le celle si sono aperte intorno alle 22 (ora locale). Dopo il trasferimento all’ambasciata italiana, i due hanno potuto fare le prime telefonate alle famiglie, uno dei momenti più intensi e commoventi della notte. La prima sigaretta fumata sul balcone dell’ambasciata è diventata il simbolo di una libertà ritrovata, dopo mesi di isolamento e privazioni.
Dormire è stato difficile: le abitudini del carcere, gli appelli all’alba e la tensione accumulata hanno reso la prima notte lontana dalle celle tutt’altro che semplice.
Il ruolo della diplomazia italiana e l’impegno per gli altri detenuti
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha telefonato alla madre di Alberto Trentini:
“Dopo la sofferenza, condividiamo la gioia”, le ha detto.
Antonio Tajani ha sottolineato come la liberazione sia il frutto di un lavoro diplomatico “lungo, silenzioso e costante” e ha confermato che l’Italia continuerà a operare per la liberazione degli altri connazionali detenuti per motivi politici. Un appello in tal senso è arrivato anche dall’opposizione venezuelana, con María Corina Machado, ricevuta ier in Vaticano.

Un ritorno che riaccende l’attenzione sui diritti umani in Venezuela
Il rientro di Alberto Trentini e Mario Burlò rappresenta non solo una vicenda a lieto fine per le loro famiglie, ma anche un nuovo richiamo internazionale sulla situazione dei diritti umani e dei detenuti politici in Venezuela.
Dopo oltre un anno di carcere, oggi per entrambi inizia una nuova fase: il ritorno a casa, la riabilitazione fisica e psicologica e, soprattutto, l’abbraccio con i propri cari, atteso per oltre 400 lunghissimi giorni.
Il Governo è al lavoro per far sì che la stessa sorte tocchi a breve anche agli altri 42 italiani detenuti nelle carceri del Paese sudamericano.