Il bilancio della repressione in Iran continua ad aggravarsi drammaticamente mentre il Paese entra nel sedicesimo giorno consecutivo di proteste. Secondo le ONG e le fondazioni per i diritti umani, il numero delle vittime ha ormai superato la soglia delle mille unità, con stime che arrivano persino a 2.000 manifestanti uccisi nelle ultime ore. Numeri difficili da verificare a causa del blocco quasi totale di Internet e dell’ostruzionismo delle autorità, ma che restituiscono l’ampiezza di una repressione “su vasta scala“.
Un bilancio drammatico: arrestate oltre 10mila persone
La fondazione del premio Nobel per la pace Narges Mohammadi denuncia “sparatorie di massa contro i manifestanti” e parla di almeno duemila morti, mentre la Human Rights Activists News Agency (HRANA) ha confermato finora 544 vittime, segnalando però altre 579 morti ancora in fase di verifica. Delle vittime accertate, 483 sarebbero manifestanti, 47 membri delle forze di sicurezza e otto minori. Gli arresti avrebbero superato le 10.600 persone.
Thousands have been murdered in Iran.
Greta Thunberg? Silent.
Francesca Albanese? Silent.
Mehdi Hasan? Silent.
Cenk Uygur? Silent.
Ana Kasparian? Silent.
The media? Silent.
The UN? Silent.
Ms. Rachel? Silent.pic.twitter.com/qYiskTIfHi
— Eyal Yakoby (@EYakoby) January 11, 2026
Le immagini e le testimonianze che filtrano nonostante il blackout – la connettività è ridotta all’1% dei livelli normali da oltre 84 ore, secondo NetBlocks – parlano di corpi ammassati negli ospedali, salme chiuse in sacchi neri e famiglie costrette a pagare fino a 6.000 dollari per ottenere i resti dei propri cari. In alcune città, come Teheran, Mashhad, Isfahan, Shiraz, Tabriz e Qom, si segnalano incendi, barricate, scontri a fuoco e graffiti davanti a grandi folle. A Teheran, senza elettricità né rete per oltre 72 ore, centinaia di cittadini hanno illuminato la notte con le torce dei telefoni cellulari. In alcune zone risulterebbe ancora attivo Starlink (di Elon Musk), permettendo la diffusione di video e filmati.
With the regime having cut nationwide internet 4 days ago, few reports now leaking out of Iran.
From 500 to 3000 reportedly dead. The brutality of yet another Russian-backed colony. pic.twitter.com/lZDFww0Cg9
— Jay in Kyiv (@JayinKyiv) January 12, 2026
Dopo una fase iniziale di minimizzazione, il regime ha cambiato narrativa: ha proclamato tre giorni di lutto nazionale per “onorare” le vittime della cosiddetta “battaglia di resistenza nazionale“, riferendosi ai membri delle forze di sicurezza uccisi. Il presidente Masoud Pezeshkian ha parlato di “terroristi legati a potenze straniere“, mentre il procuratore generale ha minacciato manifestanti e sostenitori accusandoli di essere “nemici di Dio“, un reato punibile con la pena di morte. Il capo della polizia nazionale, Sardar Radan, ha ammesso che “il livello di scontro con i rivoltosi è aumentato“, annunciando arresti “importanti“.
Trump: “Esercito valuta opzioni forti e concrete”
Sul piano internazionale cresce la tensione. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che i vertici iraniani hanno preso contatto per negoziare. “I leader iraniani hanno chiamato“, ha detto ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, spiegando che un incontro è in preparazione. Allo stesso tempo, Trump ha avvertito che Washington potrebbe essere costretta ad agire militarmente prima che il colloquio abbia luogo.

“L’esercito sta valutando alcune opzioni molto concrete, molto forti. Prenderemo una decisione“, ha affermato, annunciando per martedì 13 gennaio 2026 una riunione alla Casa Bianca con il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e il capo di Stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine. Tra le opzioni allo studio figurerebbero nuove sanzioni, cyber attacchi e possibili azioni militari.
Da Teheran, il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf ha avvertito che qualsiasi attacco statunitense porterebbe l’Iran a reagire contro Israele e le basi militari americane nella regione, considerate “obiettivi legittimi”. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato che l’Iran è “pronto alla guerra e al dialogo”, sostenendo che elementi armati avrebbero infiltrato le manifestazioni e aperto il fuoco.
Israele pronta a rispondere, l’UE valuta nuove misure
Israele segue con la massima allerta. Il premier Benyamin Netanyahu ha convocato riunioni sulla sicurezza, espresso sostegno ai manifestanti iraniani e affermato che Israele e Iran torneranno partner dopo la caduta del regime di Teheran. Le forze di difesa israeliane hanno dichiarato di essere “pronte a rispondere se necessario“.

Anche l’Unione europea valuta nuove misure. L’Alta rappresentante per la Politica estera, Kaja Kallas, ha dichiarato di essere pronta a proporre ulteriori sanzioni in risposta alla “brutale repressione dei manifestanti”, definendo “inaccettabile” la violenza contro proteste pacifiche.
Intanto, dall’esilio negli Stati Uniti, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, continua a incoraggiare gli iraniani a non lasciare le strade e si dice pronto a tornare in patria “appena possibile“ per guidare una transizione politica ed elezioni libere. In un appello a Trump, Pahlavi ha affermato che gli iraniani credono che il presidente americano “non li abbandonerà“.