Tra conflitti armati, instabilità economica e nuovi equilibri geopolitici, l’Italia continua a muoversi in una dimensione di emergenza permanente, priva di una direzione strategica riconoscibile. Mentre l’Europa fatica a esprimere una leadership politica unitaria e gli Stati Uniti rafforzano una linea sempre più assertiva, il Paese sembra restare ancorato a una gestione del presente, incapace di guardare oltre l’orizzonte immediato.
Secondo Filippo Marra, il problema non è soltanto contingente ma strutturale: una classe dirigente che confonde il governo del consenso con l’esercizio della statualità, privilegiando il breve periodo a discapito della costruzione del futuro. Marra, che nel corso degli anni ha ricoperto incarichi politici e istituzionali ed è oggi attento osservatore delle dinamiche nazionali ed europee, individua in questa deriva uno dei principali fattori di debolezza dell’Italia sulla scena internazionale.
Intervista a Filippo Marra sulla situazione dell’Italia odierna
Nato a Reggio Calabria nel 1972 e residente in Lombardia, è una figura poliedrica attiva in ambito istituzionale e sociale. È stato consulente tecnico presso il Senato della Repubblica, membro della Segreteria di Stato e consulente tecnico per le ambasciate italiane all’estero. È Presidente dell’associazione nazionale “Itaca” (attiva nel settore del sociale e della tutela dei diritti, con un focus particolare sulla disabilità) e fondatore dello “Sportello Unico” che riunisce varie associazioni per disabili in Italia.
Dottor Marra, lei parla spesso di una distinzione dimenticata tra politico e statista. Qual è il punto centrale di questa differenza?
«La differenza sta nell’orizzonte temporale. Il politico tende a muoversi nel breve periodo, orientando le decisioni sulla base del consenso immediato e delle reazioni dell’opinione pubblica. Lo statista, invece, assume decisioni pensando alle conseguenze di lungo periodo, anche quando queste comportano costi immediati o scelte impopolari».
Quindi non è una distinzione formale, ma sostanziale.
«Esattamente. Il politico si domanda cosa serva oggi per restare al potere. Lo statista si chiede cosa sarà necessario domani per tenere in piedi il Paese. Il primo semplifica per rassicurare, il secondo affronta la complessità per preparare. È una differenza di responsabilità prima ancora che di ruolo».
Alla luce delle crisi in corso, quale figura sarebbe oggi più necessaria all’Italia?
«Senza dubbio lo statista. I problemi che abbiamo davanti non sono risolvibili con interventi tampone: il declino demografico, la fragilità del sistema industriale, la transizione energetica, le tensioni geopolitiche. Governare queste sfide con politiche di corto respiro significa rimandare i nodi, rendendoli poi più difficili da sciogliere».
Eppure la politica italiana sembra muoversi in direzione opposta.
«Sì, prevale una logica reattiva. Si interviene sull’urgenza, raramente con una visione complessiva. Mancano strategie strutturate su industria, energia e collocazione internazionale. Ma soprattutto manca il coraggio di dire ai cittadini che alcune scelte necessarie comportano sacrifici. Senza questa verità, ogni progetto resta fragile».
Questo limite emerge anche nel rapporto con l’Europa?
«Certamente. L’Unione Europea attraversa una fase di forte incertezza e avrebbe bisogno di Stati capaci di esercitare una leadership politica. L’Italia potrebbe farlo, ma spesso sceglie una posizione attendista o subalterna. In un contesto segnato da guerre e competizione globale, questa indecisione ha un costo elevato».
Guardando agli Stati Uniti, come interpreta il ritorno di Donald Trump sulla scena politica?
«Trump rappresenta un modello molto diverso da quello europeo: centralità dell’interesse nazionale, riduzione del multilateralismo, uso esplicito dei rapporti di forza. Non è uno statista nel senso tradizionale europeo, ma ha una linea chiara e coerente con il suo elettorato. Questo, nel bene o nel male, gli consente di incidere».
Che insegnamento dovrebbe trarne l’Europa?
«Che l’indecisione non è mai neutrale. In un mondo che corre, chi non sceglie viene scelto. L’Europa discute molto e decide tardi. L’Italia, in particolare, avrebbe bisogno di una guida capace di difendere l’interesse nazionale all’interno del progetto europeo, senza subalternità ma anche senza isolamento».
Qual è il rischio se questa confusione tra politica e statualità continua?
«Il rischio è l’irrilevanza. Un Paese può anche sopravvivere senza statisti, ma perde peso e capacità di influenza. Reagisce agli eventi invece di orientarli. E la storia non aspetta: chi non costruisce il proprio futuro finisce inevitabilmente per subirlo».