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Putin: “Trattiamo pure, ma se Kiev non lascia il Donbas lo prendiamo con la forza”

Il Cremlino prepara un pacchetto di misure di ritorsione in caso l'Europa decida di confiscare i beni russi

Putin: “Trattiamo pure, ma se Kiev non lascia il Donbas lo prendiamo con la forza”

A pochi giorni dai nuovi negoziati tra Stati Uniti e Russia, attesi a Mosca, Vladimir Putin ha anticipato pubblicamente quali saranno le sue condizioni per mettere fine al conflitto in Ucraina.

Il presidente russo ha dichiarato che la cessazione delle ostilità sarà possibile solo quando le forze ucraine abbandoneranno le aree che Mosca rivendica come proprie. Non ha però chiarito se il riferimento riguardi esclusivamente il Donbass — con le regioni di Donetsk e Lugansk — o se includa anche Kherson e Zaporizhzhia, territori che il Cremlino considera parte della Federazione dopo i referendum non riconosciuti dalla comunità internazionale.

Crimea e Donbass come precondizione

Putin ha inoltre spiegato che uno dei punti centrali dei colloqui con Washington, previsti all’inizio della prossima settimana, riguarda il riconoscimento ufficiale della Crimea e del Donbass come territori russi. Non più solo una realtà di fatto, dunque, ma un riconoscimento giuridico da parte della comunità internazionale, condizione che il Cremlino considera imprescindibile.

Il leader russo è intervenuto dalla Kirghizistan, al termine di una visita ufficiale, ed è stata la sua prima dichiarazione dopo l’incontro di Ginevra tra Stati Uniti e rappresentanti ucraini.

In quella sede — ha detto — i 28 punti del piano di pace promosso da Donald Trump sono stati suddivisi in quattro sezioni, senza ulteriori dettagli. Secondo una fonte ucraina citata dall’Afp, la nuova bozza del piano, che in origine prevedeva la cessione del Donbass, non conterrebbe al momento soluzioni territoriali definite. Ma su questo Putin resta inflessibile: per lui il ritiro dell’esercito ucraino dalle zone occupate è l’unica strada per fermare il conflitto.

La presenza statunitense al tavolo e il caso Witkoff

Ai negoziati di Mosca parteciperà l’inviato speciale americano Steve Witkoff, figura finita al centro di polemiche negli Stati Uniti dopo la pubblicazione, da parte di Bloomberg, di una telefonata con Yuri Ushakov, consigliere di Putin per la politica estera. Alcuni ambienti politici a Washington lo considerano troppo vicino alla Russia, ma il presidente russo ha respinto le accuse, definendole infondate.

Putin: "Trattiamo pure, ma se Kiev non lascia il Donbas lo prendiamo con la forza"
Steve Witkoff

Ha affermato che Witkoff rappresenta gli interessi del suo Paese “come li vede lui” e ha rivendicato il tono civile dei rapporti: un dialogo condotto “senza insulti e senza aggressività”.

Putin: “Se non si ritirano, prenderemo quei territori con la forza”

Il presidente russo ha ribadito che, in assenza di un ritiro ucraino, Mosca procederà militarmente. Secondo lui l’esercito ucraino soffre un grave deficit di personale, con un divario mensile di circa 15 mila uomini tra i soldati inviati al fronte e quelli che vengono eliminati — cioè morti o feriti. Putin ha parlato di 47 mila perdite ucraine solo nel mese di ottobre, numeri impossibili da verificare in modo indipendente.

Pur sostenendo che il piano statunitense possa costituire una base per futuri accordi, il presidente russo ha nuovamente messo in discussione la legittimità di Volodymyr Zelensky. Ha ricordato che il mandato del presidente ucraino è formalmente scaduto lo scorso anno e che la sua permanenza in carica dipende dalla legge marziale che impedisce lo svolgimento di nuove elezioni.

Putin: "Trattiamo pure, ma se Kiev non lascia il Donbas lo prendiamo con la forza"
Volodymyr Zelensky

Per Mosca, questo elemento potrebbe indebolire la validità di un’eventuale firma ucraina su un accordo di pace.

“Firmare documenti con la leadership ucraina è inutile. Ne ho parlato molte volte. Credo che la leadership ucraina abbia commesso un errore fondamentale e strategico quando ha avuto paura di partecipare alle elezioni presidenziali”, ha spiegato Putin. Al contrario, la Russia è riuscita a svolgere le elezioni nonostante fosse coinvolta “in un conflitto armato con l’Ucraina”, ha proseguito il leader del Cremlino, osservando che “non appena saranno conclusi accordi di pace di qualsiasi tipo, il che significa che cesseranno i combattimenti, la legge marziale imposta dovrà essere immediatamente revocata e altrettanto immediatamente dovranno essere indette le elezioni” in Ucraina.

Pronte ritorsioni per l’Europa

Putin ha negato con forza che la Russia stia pianificando attacchi contro Paesi dell’Europa occidentale, definendo queste affermazioni “totali menzogne”. Ha però avvertito che se le risorse finanziarie russe congelate in Europa verranno confiscate e destinate all’Ucraina, Mosca risponderà con un pacchetto di misure economiche di ritorsione, che sarebbe già in preparazione.

Lo zar ha dichiarato di essere disponibile a fornire formale impegno all’Europa, nel caso il Vecchio Continente chiedesse una garanzia di non aggressione formale.

“Se hanno spaventato i loro cittadini e vogliono sentire che non abbiamo alcuna intenzione e nessun piano aggressivo contro l’Europa, va bene, siamo pronti a stabilirlo in ogni modo”.

L’Europa, dal canto proprio, ha chiarito che nessun territorio ucraino occupato con la forza sarà riconosciuto dall’UE come russo.

Le reazioni italiane: Crosetto invita alla prudenza

Le dichiarazioni del presidente russo hanno avuto un’eco immediata anche in Italia. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, parlando da Parigi, ha commentato che non è chiaro quali siano le reali intenzioni di Putin.

Ha aggiunto di sperare che questa volta la Russia sia disposta a negoziare seriamente, pur mantenendo un certo scetticismo alla luce del continuo rafforzamento dell’esercito russo, tra nuovi arruolamenti, incremento delle riserve e maggiori investimenti nella difesa. Crosetto ha concluso che, se emergerà una volontà autentica di trattare, l’Italia farà la sua parte nel sostenere Kiev.