L’associazione milanese Algopolio, specializzata nella tutela dei diritti digitali, ha avviato una class action contro Google, accusando il motore di ricerca di adottare pratiche sistematicamente lesive del diritto all’oblio.
La class action
L’azione inibitoria collettiva è stata depositata presso il Tribunale di Milano nei confronti di “Google LLC, Google Ireland Limited e Google Italy S.r.l.“, con l’obiettivo di ottenere un intervento strutturale che imponga al colosso statunitense di modificare radicalmente le proprie procedure.
A sostenere l’iniziativa sono gli studi legali LEXIA e OraLex, con gli avvocati Francesco Dagnino, Silvia Cossu, Barbara Randazzo e Ruggero Rudoni, che assistono i membri dell’associazione e altri cittadini coinvolti.
Le accuse: procedure standardizzate e violazione del GDPR
Secondo Algopolio, Google rigetterebbe le richieste di deindicizzazione attraverso risposte automatizzate, impersonali e identiche per tutti gli utenti, senza una valutazione individuale dei singoli casi, in violazione degli articoli 17 e 21 del GDPR e di provvedimenti dell’Autorità Garante per la Privacy.
Le principali violazioni contestate sono quattro:
- Impossibilità di allegare prove utili a dimostrare l’illiceità o l’inattualità dei contenuti da rimuovere.
- Assenza di valutazione individualizzata, con risposte standardizzate prive di analisi concreta.
- Mancanza di motivazioni e di interlocutore umano, suggerendo una procedura automatizzata potenzialmente in contrasto con l’art. 22 GDPR.
- Mancata rimozione completa degli URL, che consentirebbe la persistenza di contenuti equivalenti su link e domini diversi.
Secondo l’associazione, queste condotte non sarebbero episodi isolati, ma “violazioni sistematiche” idonee a colpire un numero indefinito di cittadini, trasformando insinuazioni ed errori in “verità digitali difficili da cancellare“. L’associazione denuncia lo spostamento del potere decisionale dagli Stati agli algoritmi, con i motori di ricerca che – pur dichiarandosi intermediari neutri – esercitano un ruolo determinante sulla reputazione e sulla visibilità delle persone.
Cosa chiede la class action
L’azione inibitoria mira a ottenere un ordine del Tribunale che imponga a Google di:
- interrompere le pratiche contestate;
- adottare una procedura basata su valutazioni caso per caso;
- eliminare risposte automatizzate e impersonali;
- rimuovere tutti i contenuti equivalenti, anche su lingue e domini diversi;
- garantire tempi certi e decisioni motivate;
- assicurare il rispetto pieno del GDPR.
In caso di accoglimento, “le richieste di deindicizzazione dovranno essere trattate seriamente, evitando che informazioni false o archiviate continuino a emergere nel web, con conseguenze devastanti sulla dignità digitale delle persone“.
Primi risultati entro un anno
L’iter prevede: una valutazione preliminare nei prossimi mesi e una possibile decisione sull’inibitoria tra 6 e 12 mesi, in base al carico del Tribunale e alla complessità tecnica del caso. Per Algopolio, è una battaglia culturale oltre che giuridica.
“La nostra è una battaglia che riguarda i diritti fondamentali e la responsabilità sociale. Pur dichiarandosi neutrale, Google ha continuato a indicizzare e diffondere contenuti falsi e dannosi anche dopo prove concrete e segnalazioni formali. Reputazioni compromesse, perdita del lavoro, conseguenze psicologiche: non si possono equiparare scelte aziendali orientate al profitto con la dignità delle persone”, ha dichiarato il presidente di Algopolio, Prof. Vincenzo Morabito, primo ricorrente nella causa.
Come l’IA riesce a superare la deindicizzazione
Anche quando una pagina web viene rimossa dai risultati dei motori di ricerca grazie a una deindicizzazione formale però, l’intelligenza artificiale generativa può comunque conservare – e riproporre – le informazioni che erano contenute in quella pagina.
Questo accade perché il chatbot, al contrario del motore di ricerca, non ha bisogno di un link attivo né di un contenuto disponibile online per “ricordare” un’informazione: ciò che ha già appreso durante l’addestramento rimane incorporato nei suoi parametri interni, sotto forma di associazioni probabilistiche tra parole, concetti, eventi e persone.

In altre parole, non serve più alcuna pagina web per recuperare quel dato: l’IA lo “ricrea” in forma di testo, sulla base di schemi linguistici memorizzati nel suo modello. È una forma di memoria non dichiarativa e non trasparente, molto diversa da un archivio tradizionale e non facilmente controllabile dall’esterno.
Questo significa che la deindicizzazione sul web non è sufficiente a garantire l’oblio nei sistemi di IA: l’informazione, pur non essendo più reperibile nei risultati di ricerca, potrebbe continuare a emergere nelle risposte generate dai chatbot. Si tratta, di fatto, di una sovrapposizione tra diritto all’oblio e “diritto all’addestramento” dei modelli di intelligenza artificiale, che oggi non trova ancora un adeguato bilanciamento normativo.