"Difende le vittime"

Ursula von der Leyen difende la Corte Penale Internazionale dopo il fuoco incrociato di Usa e Italia

La presidente della Commissione europea ha ribadito il pieno sostegno dell’UE alla CPI, sottolineando l’importanza del suo ruolo nella lotta contro l’impunità e nella difesa delle vittime di crimini internazionali

Ursula von der Leyen difende la Corte Penale Internazionale dopo il fuoco incrociato di Usa e Italia
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La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, leva gli scudi in difesa della Corte penale internazionale (CPI) finita nel fuoco incrociato di Usa e Italia, dopo il caso Almasri.

Anche le organizzazioni per i diritti umani hanno criticato duramente questi attacchi, avvertendo che minacciano l’efficacia della Corte e ostacolano la giustizia per le vittime di abusi in tutto il mondo.

Ursula von der Leyen in difesa della Corte Penale Internazionale

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha ribadito il pieno sostegno dell’Unione Europea alla Corte Penale Internazionale (CPI), sottolineando l’importanza del suo ruolo nella lotta contro l’impunità e nella difesa delle vittime di crimini internazionali. Attraverso un post sulla piattaforma X, von der Leyen ha dichiarato che la CPI deve poter operare senza interferenze per garantire giustizia e il rispetto del diritto internazionale.

Le fa eco il portavoce della Commissione europea:

"La Corte penale internazionale è di fondamentale importanza nel sostenere la giustizia penale internazionale e la lotta contro l'impunità. L'Ue sostiene la Corte penale internazionale e i principi stabiliti nello Statuto di Roma. L'Ue monitorerà le implicazioni dell'ordine esecutivo e valuterà possibili ulteriori misure".

Le sanzioni di Trump

Queste parole giungono in un momento di forti tensioni internazionali, alimentate dalla decisione dell’ex presidente statunitense Donald Trump di imporre sanzioni contro la Corte dell’Aja. L’amministrazione Trump accusa la CPI di aver preso di mira ingiustamente gli Stati Uniti e Israele, paesi che non riconoscono l’autorità della Corte. Il provvedimento esecutivo, in fase di approvazione, prevede misure restrittive sui visti e sanzioni finanziarie contro funzionari della CPI e i loro familiari coinvolti in indagini riguardanti cittadini americani o alleati di Washington.

Il presidente Trump con Benjamin Netanyahu

La tensione tra gli Stati Uniti e la CPI affonda le sue radici in eventi recenti. Lo scorso novembre, la Corte ha emesso mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant e di leader di Hamas, accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. La decisione ha suscitato un’ampia indignazione a Washington. Una posizione ora ripresa da Trump, che definisce le azioni della Corte come una "vergognosa equivalenza morale".

La CPI ha immediatamente respinto le sanzioni imposte dagli Stati Uniti, difendendo la propria indipendenza e imparzialità giudiziaria. La Corte ha condannato l’ordine esecutivo come un’inaccettabile interferenza nel suo operato e una minaccia all’integrità del sistema giudiziario internazionale.

Il dibattito in Europa (e in Italia)

Nel frattempo, anche l’Europa assiste a un dibattito acceso sulla CPI. Il premier ungherese Viktor Orbán, sulla scia delle mosse di Trump, ha proposto una revisione della partecipazione dell’Ungheria alla Corte, mettendo in discussione il suo ruolo all’interno del sistema giudiziario globale.

"È tempo che l'Ungheria riveda cosa stiamo facendo in un'organizzazione internazionale che è sottoposta a sanzioni statunitensi".

cpi
Ministro Tajani in Israele

In Italia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso una posizione critica da Israele, durante la consegna di quindici camion di aiuti al Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite:

"Ho molte riserve sul comportamento della Corte in questa vicenda, forse bisognerebbe aprire un'inchiesta sulla Corte stessa."

Il caso Almasri

Contestualmente, la Corte Penale Internazionale ha reso noto di non aver aperto alcun procedimento nei confronti dell'Italia per la liberazione (ed il rimpatrio) del generale libico Almasri.

Almasri è stato arrestato a Torino il 18 gennaio, ma è stato rilasciato dopo 96 ore, poiché l’arresto non è stato convalidato. Accompagnato dalle sue guardie del corpo armate, è stato imbarcato su un volo di Stato e riportato a Tripoli, dove è stato accolto con manifestazioni di giubilo e insulti rivolti all’Italia.

Secondo i giudici della CPI, Almasri si sarebbe reso responsabile di gravi crimini, tra cui torture, violenze sessuali e omicidi. Nel carcere di Mitiga, da lui diretto, si stima che dal febbraio 2015 siano stati uccisi almeno 34 detenuti e che 22 persone, tra cui un bambino di cinque anni, abbiano subito violenze sessuali da parte delle guardie. In quell'occasione l'Aja avrebbe chiesto spiegazioni al nostro Paese.

Sul nodo hanno riferito in Parlamento, nei giorni scorsi, anche il ministro della Giustizia Nordio e dell'Interno Piantedosi.

Ministro Carlo Nordio

Alla luce di quelle che lui denuncia come "incongruenze nella gestione del caso", il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, potrebbe chiedere alla Corte Penale Internazionale chiarimenti ufficiali sulle procedure adottate per il mandato d’arresto di Almasri.

Tensioni

Le tensioni attorno alla Corte Penale Internazionale restano dunque elevate, con un equilibrio fragile tra la necessità di perseguire crimini internazionali e le pressioni politiche esercitate da governi che temono indagini scomode. La sfida per la CPI sarà mantenere la propria indipendenza e autorevolezza in un contesto geopolitico sempre più complesso.

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