NON E' IL CINEMA

Tranquilli… agli squali bianchi la carne umana non piace: la conferma in uno studio scientifico

Avvistamenti anche in Italia: l'ultimo poche settimane fa in Toscana

Tranquilli… agli squali bianchi la carne umana non piace: la conferma in uno studio scientifico

Imperscrutabile, potente, grande predatore dei mari ma – soprattutto – iconico animale da film. Lo squalo bianco rappresenta, nell’immaginario collettivo, una paura quasi primordiale. Complice, sicuramente, una narrazione cinematografico-letteraria che ci ha molto “giocato sopra”. Eppure i dati raccontano un’altra verità: gli attacchi, soprattutto mortali, a danno degli umani da parte di questo predatore sono rarissimi in proporzione al numero di incontri tra le due specie che si risolvono con il pesce che tiene le distanze dall’uomo. Ora, a confermare il fatto che non siamo nel menu favorito degli squali, c’è anche uno studio scientifico.

L’ULTIMO ATTACCO A UN CANOISTA IN AUSTRALIA:

Agli squali bianchi la carne umana non piace

L’estate e i bagni in mare entrano nel vivo e, seppure le coste italiane non siano note per attacchi o avvistamenti di squali, ogni tanto i temuti pesci fanno capolino nelle nostre acque. Come nel recentissimo caso livornese, in cui il pescatore che ha immortalato l’incontro in un video si dice convinto si trattasse proprio di un esemplare di squalo bianco (gli esperti invitano alla cautela). Ad ogni modo ci hanno davvero preso di mira? Ovviamente no. Gli squali bianchi, quantomeno gli esemplari più giovani appartenenti a questa specie (Carcharodon carcharias), non sembrano trovare gli esseri umani particolarmente appetitosi. A rivelarlo sono i risultati di uno studio pubblicato su Plos One, per il quale un gruppo di ricercatori del dipartimento di scienze biologiche della California State University ha monitorato, per circa due anni e attraverso l’utilizzo di droni aerei, diverse località balneari della California meridionale.

L’ULTIMO AVVISTAMENTO IN ITALIA, IN TOSCANA:

E’ emerso che gli individui giovani nuotano nelle stesse acque di alcuni assidui frequentatori del mare, come appassionati di surf e stand up paddle o semplici nuotatori. Ciononostante, i casi di attacco agli umani sono estremamente rari. Durante questo periodo sono stati osservati 1204 esemplari di squali bianchi giovani, definiti “Juvenile White Sharks” (Jws) nello studio. Questi animali, le cui dimensioni possono variare da 1,5 a 3 metri di lunghezza, si aggregano spesso a formare gruppi che si stanziano nelle acque relativamente vicine alla costa – di solito entro i 500 metri – probabilmente per trovare rifugio dai predatori più grandi, come le orche o gli stessi squali bianchi adulti, e sfruttare le condizioni favorevoli tipiche delle acque poco profonde: come la temperatura più alta e l’abbondanza di piccole prede di cui potersi nutrire. Nonostante l’elevata frequenza di incontri (per la maggior parte inconsapevoli) rilevata fra esseri umani e squali durante il periodo di monitoraggio è stato registrato un solo potenziale caso di morso non provocato, cioè a seguito di interazione non volontariamente ricercata da parte della persona aggredita.

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È probabile che gli attacchi siano così rari, spiegano gli autori, perché gli individui giovani preferiscono cibarsi di prede più piccole: in pratica, noi umani siamo “pesci” troppo grossi per questi individui di dimensioni relativamente piccole. Inoltre la razza umana ha poco grasso, rispetto per esempio alle foche, di cui gli squali vanno ghiotti: motivo per il quale, spesso, i surfisti subiscono attacchi e poi sopravvivono. Il predatore confonde la forma della tavola per una foca e, quando morde la preda, si accorge che non è “ricca e polposa” come dovrebbe essere. Motivo per il quale molla il colpo dopo “l’assaggio”.

A conferma di queste evidenze scientifiche ci sono i numeri, che suffragano la tesi, anche per ciò che concerne il comportamento degli squali adulti: nel 2022 sono stati confermati 57 morsi non provocati di squalo in tutto il mondo. Per non provocati si intendono situazioni in cui l’essere umano ha volontariamente intrapreso qualche tipo di interazione con questi animali, scatenando possibili (quanto ovvie) conseguenze.

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Dei 57 casi di “morso non provocato”, la maggior parte (41) è stata registrata negli Stati Uniti, seguiti dall’Australia (9) e poi da Egitto (2), Sud Africa (2), Brasile (1), Nuova Zelanda (1) e Tailandia (1). Cinque di questi 57 sono risultati nella morte della persona aggredita. Quindi in 365 giorni, in tutte le acque del mondo, con bagnanti che si immergono ad ogni ora e latitudine, sono cinque le persone per le quali l’incontro con uno squalo è stato fatale. Dati che parlano da soli, utili a ridimensionare il nostro percepito circa la reale pericolosità di questo animale, rispetto al reale rischio.

Ad ogni modo, ricordando che siamo noi che andiamo a invadere l’habitat di un grande predatore, per evitare qualunque (seppur bassissimo) rischio è bene tenere a mente delle semplici regole: nuotare in compagnia, stare nei pressi della riva, evitare nuotate al tramonto e, soprattutto, stare lontani da luoghi in cui si sta pescando.